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martedì 13 maggio 2014

Carlo Quaglia doc al Catalogo

Di Aristide Fiore
"Intonaco romano", 1964: olio su faesite.
"Intonaco romano", 1964:
olio su faesite.
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 1 maggio 2014, p. 11.]
La luce dei cieli dorati e dei tramonti infuocati di Roma, la quiete di paesaggi marini ancora incontaminati sono temi cari al pittore-violinista ternano Carlo Quaglia (1903-1970). Vengono ora riproposti a Salerno, fino a sabato 10 maggio 2014, presso la galleria Il Catalogo di Lelio Schiavone e Antonio Adiletta, in un'interessante retrospettiva, curata in collaborazione con l'Archivio Carlo Quaglia, che comprende circa trenta opere tra olii e disegni.

Nella ricca gamma cromatica, sempre ben accordata, e nella magia dell'atmosfera, calma e misteriosa, resa mediante ampie e morbide pennellate, si riconosce la lezione di quella Scuola romana fondata da Mario Mafai, Antonietta Raphaël, "Scipione" (Gino Bonichi) Fausto Pirandello e altri, la quale contrappose il carattere espressionista che accomunava i suoi esponenti al neoclassicismo in voga nell'Italia del primo dopoguerra e, grazie all'apporto di nuove leve, estese la sua attività fino al secondo, epoca in cui prese le mosse la tardiva ma significativa carriera di Quaglia, dopo i primi esperimenti condotti durante la prigionia in India, alle pendici dell‘Himalaya. Nel farsi artista, dunque, 
"Riviera ligure", 1950: olio su carta.
"Riviera ligure", 1950: olio su carta.
da estimatore d'arte contemporanea quale era, Quaglia imparò a dosare gli intensi rossi scipioneschi, l'amore per le borgate e le periferie di Mafai, le suggestioni chagalliane di Raphaël e così via nella costruzione del proprio linguaggio. Ciò che ne risulta non è la descrizione o la narrazione di quanto l'artista vide, ma l'emozione che quella tal cosa o il ricordo di essa suscitò in lui, trasposta nel colore: un colore spesso disposto per campiture, ciascuna delle quali è naturalmente individuata da una dominante cromatica, ma vibra per la fitta gamma di sfumature, restituendo allo sguardo la vividezza del contesto reale. Questi scenari urbani e rivieraschi, volutamente sgombri di presenze umane, che in genere vengono tutt'al più evocate nella rappresentazione di sculture o altri ornamenti di auguste dimore, sembrano pensati per essere abitati dall'anima: quella dell'artista, in primo luogo, il quale forse trovò più volte un sicuro rifugio, soprattutto nei momenti più drammatici della sua esistenza, prima nelle opere altrui, poi nelle proprie.


mercoledì 16 aprile 2014

Tra la storia e la memoria


Antonella Pagnotta, "La Radura".
Antonella Pagnotta, "La Radura".
(Foto: A. Fiore)


Pasquale Napolitano, "Appunti per uno spazio in cinque tempi".
Pasquale Napolitano,
"Appunti per uno spazio in cinque tempi".
(Foto: A. Fiore)
Lucio Afeltra, "Da sere... orto".
Lucio Afeltra, "Da sere... orto".
(Foto: A. Fiore)
Antonella Gorga, "No" - Senza titolo.
Antonella Gorga, "No" - Senza titolo.
(Foto: A. Fiore)
Dario Di Sessa, "Tramonto" - "Ombrellone" - "Licosa".
Dario Di Sessa,
"Tramonto" - "Ombrellone" - "Licosa".
(Foto: A. Fiore)
Vittorio Pannone, "Tabularasa".
Vittorio Pannone, "Tabularasa".
(Foto: A. Fiore)
Angelo Marra, "Cara mamma".
Angelo Marra,
"Cara mamma".
(Foto: A. Fiore)












Di Aristide Fiore
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 14 aprile 2014, p. 12.]
A un secolo dallo scoppio della Grande Guerra, otto artisti sono stati invitati dal critico d'arte Marcello Francolini a indagare l'inconscio collettivo per indurre il pubblico a riflettere sui possibili ricorsi di quel fatale 1914 che sconvolse l'Europa e non solo. La collettiva allestita nella Pinacoteca Provinciale di Salerno in collaborazione con la Fornace Falcone invita a reinterpretare il modo di concepire l'esserci, l'essere nel mondo. Per Francolini e gli otto artisti in mostra «non è con le labili barriere d’una presunta scientificità o d’una presunta logicità degli eventi o dei giudizi, che l’uomo potrà difendersi dall’assalto dell’irrazionale, dell’onirico, dell’inconscio; anzi è accettando la condizione di instabilità e indeterminatezza, che potrà farsi strada una concezione del mondo che attinga maggiore forza e maggiore chiarezza proprio dalla constatazione del potere di “un pensiero per immagini”». Sono state dunque formulate otto proposte di “mediazione possibile” tra storia e vita, memoria e percezione, che potrebbero essere riferite a due filoni principali.
Il rischio di perdere il senso del mondo o la percezione di sé – e l'invito implicito a evitare tale perdita – è il tema che accomuna le opere proposte da Antonella Pagnotta, Pasquale Napolitano e Lucio Afeltra. “La radura” di Pagnotta è in realtà un non-luogo, individuato mediante la dimensione contraddittoria di una “disfunzione prospettica”, che induce l'osservatore a concentrarsi sull'unica certezza: il corpo, rappresentato dall'enigmatica figura, incastonata tra quinte illusorie al centro del dipinto. Quanto sia facile intraprendere il percorso contrario, lasciarsi illudere dal fascino della tecnologia a discapito della percezione della dimensione umana, lo dimostra la fantasmagoria di luci della videoinstallazione di Napolitano (“Appunti per uno spazio in cinque tempi”), mentre il grande pannello polimaterico di Afeltra (“Da sere... orto”) rappresenta un disperato tentativo di aggrapparsi al reale, a una ordinarietà agognata ma sfuggente, la cui persistenza, nonostante tutto, si manifesta con decisione nelle immagini di Antonella Gorga e in quelle, immediate ma non banali, di Dario di Sessa.
Altro tema fondamentale è la memoria. Se è vero che la storia la (ri-)scrivono i vincitori, anche il vissuto di coloro che sono stati coinvolti a vario titolo dagli eventi fonda la sua integrità su equilibri precari. È questo il senso di “Tabularasa” di Vittorio Pannone. Il carattere monumentale del segno viene contraddetto dallo stesso materiale con il quale è realizzato: nel supporto di cartone si intravede la vertigine dell'effimero, dell'appoggio malfermo. Finché il ricordo dura, occorre adoperarsi tuttavia affinché superi le barriere innalzate per superare il lutto e diventi utilizzabile, a beneficio dei sopravvissuti e dei posteri; magari facendo ricorso a qualche espediente, che ne attenui il potenziale ritraumatizzante. Le installazioni di Angelo Marra, quasi dei totem atti a rappresentare due aspetti della tragicità della guerra (“Cara mamma” e “La miseria più nera”), sembrano guardare al dolore con distacco; a esse fanno da controcanto i tre dipinti su cartone dello stesso autore (“Poi la guerra è finita”, “Un angelo al buio”, “Senza titolo”), mediante i quali egli tenta invece di affrontare l'indicibile, lasciando fluire sensazioni e ricordi attraverso segni apparentemente poco organizzati, quasi infantili: è una sfida alle false certezze, che preludono alle peggiori avventure. Nelle immagini fotografiche di Pio Peruzzini, invece, la memoria storica di un tratto paesaggistico simbolico – le doline del Carso – veicolata attraverso la morfologia organica – gli occhi di pesce – si trasforma in monito.
La mostra sarà visitabile fino al 30 aprile 2014 dal martedì alla domenica, dalle 9:00 alle 19:45.

Pio Peruzzini, "Engraulis Encrasicolus".
Pio Peruzzini, "Engraulis Encrasicolus".
(Foto: A. Fiore)

venerdì 11 aprile 2014

L'arte cucita di Virginia Franceschi

Di Aristide Fiore
Virginia Franceschi tra le sue opere.
Virginia Franceschi tra le sue opere.
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 6 aprile 2014, p. 9.]
La definizione di un nuovo rapporto tra arte, spazio e ambiente è lo scopo della ricerca di Virginia Franceschi, i cui traguardi più recenti sono esemplificati nella mostra Punti di Sospensione, visitabile a partire da venerdì 4 aprile 2014 a Salerno, presso Linee Contemporanee, in collaborazione con la Fornace Falcone.
Il tratto comune dell'intera produzione artistica di Franceschi è l'unione: di materiali, culture, poetiche e, in definitiva, anche di persone. Grande esperta di cucito, concepisce le sue composizioni mediante l'accostamento di tasselli colorati in tessuto di vario aspetto e consistenza (cotone, lino, seta ecc.), spesso sfilati o arricchiti da ricami e rifiniti con l’aggiunta di elementi diversi: cordoncini, fili, nastri, frammenti di ceramica, bottoni, paillettes; materiali raccolti e riutilizzati efficacemente. Così come i tessuti, scelti accuratamente dall'artista tra le antiche stoffe di famiglia e nei mercatini dell’usato o durante i suoi viaggi in Francia, in Turchia, in Marocco, in Uzbekistan e, ultimamente, in Etiopia, dove, ospite di una missione cattolica, ha insegnato alle donne i rituali poetici del cucito, attività svolta da sempre esclusivamente dagli uomini e ritenuta una semplice abitudine, connotata da una certa ripetitività. Il risultato di tutte queste esperienze combina la poetica dadaista dei “ready-made”, ovvero la riconversione di oggetti di uso quotidiano in opera d’arte, e degli “objets trouves” con la scultura cinetica inaugurata dai “mobiles”, le sculture mobili di Alexander Calder. Le sospensioni sensibili di Virginia Franceschi, realizzate con rami contorti recuperati sulle spiagge del Cilento, insieme a bottiglie di plastica, giocattoli rotti, reti metalliche e altri materiali d'ogni genere trasportati dal mare, coniugano la critica del ciclo economico basato sul consumismo all'invito all'adozione di stili di vita sostenibili, espresso dalla rivalutazione di oggetti scartati e rafforzato dal riferimento materiale e estetico a culture e civiltà “altre”, offerte implicitamente come esempio, che sono rappresentate dai tessuti di provenienza esotica. Si inserisce pienamente in questo filone la nuova serie di cuscini, realizzati con fantasiose stoffe di provenienza orientale e rifiniti con decorazioni e interventi artistici, che in questo allestimento, curato da Maria Giovanna Sessa, sono sospesi in colorati grappoli oscillanti sui sofisticati divani dello show room. Alcuni di essi, impreziositi da accurati ricami, sono opera di Carla Oliva, artista dell’ago e membro del laboratorio di cucito creativo “Agoscrittura”, presso il quale Virginia Franceschi riunisce donne accomunate dalla passione per questa disciplina, la cui pratica riesce a sortire anche effetti benefici e perfino terapeutici.

La mostra sarà aperta al pubblico fino al 26 aprile 2014, tutti i giorni dalle 9.00 alle 20.00.

giovedì 10 aprile 2014

Apologia della superficie

Di Aristide Fiore
Alcune opere esposte.
[Pubblicato su Le cronache del salernitano, 3 aprile 2014, p. 17.]
«Essere apparentemente lieti mentre l’animo brucia ferocemente e affidare a forme profughe il verbo futuro di ogni racconto possibile». Così FrancescoTadini, curatore, insieme a Melina Scalise e Antonello Tolve, di “Apologia della superficie”, la personale di Ernesto Terlizzi allestita a Milano, presso lo Spazio Tadini, definisce il carattere di questa mostra. Aperta fino al 18 aprile 2014, è composta da trenta opere, tutte realizzate su carta thailandese kozo martellata e risalenti al 2013, tranne "In volo", che è del 2014: in quest'ultimo lavoro, composto da sei fogli, come afferma lo stesso autore, «aleggia il vento della Speranza per centinaia di profughi tesi a costruire un Sogno. Un Sogno che spesso s'infrange, sommerso nel profondo silenzio del mare». Va notato, in proposito, che il riferimento all'elemento liquido, se non proprio al mare, è frequente in questa selezione. Terlizzi ha sempre dimostrato una grande sensibilità verso le tematiche relative alle emergenze umanitarie, che si riflette spesso sia nelle sue opere sia nella sua attività espositiva: già invitato presso la galleria milanese nel 2011, ha aderito, due anni dopo, al progetto “Save My Dream”, una collettiva che Spazio Tadini ha dedicato agli immigrati periti nel tentativo di raggiungere le coste italiane. Per espressa volontà di Francesco Tadini, figlio del maestro Emilio, scomparso da dodici anni, nel luogo che fu il suo studio, ora trasformato in centro d'arte e cultura, si rinnova idealmente un legame improntato sulla stima reciproca.
Alcune opere esposte.
Secondo Melina Scalise, l'arte di Terlizzi oltrepassa l'ambito dell'astrattismo, nel quale, a prima vista, si sarebbe tentati di collocarla. Le immagini rappresentate su queste carte superano la bidimensionalità, proponendosi come veri e propri oggetti, che si offrono sia alla vista, mediante l'accurata scansione di piani, luci e ombre ai quali è spesso impresso un dinamismo di impronta futurista, sia al tatto, attraverso la ruvidezza della carta fatta a mano. È dunque proprio al supporto delle immagini, in questi fogli, che viene affidato il compito di conservare quel rapporto «tra la fisicità irriducibile della materia e la misura costruttiva del disegno», individuato da Stefania Zuliani, il quale altrove si basava fondamentalmente sull'abbinamento fra segno grafico e inserti polimaterici. Come nota Antonello Tolve, in uno dei testi che accompagnano il catalogo, Terlizzi, il cui approccio si basa sull'eclettismo stilistico e grammaticale, ha elaborato un vero e proprio liguaggio, costruito attraverso un processo di decostruzione dell'immagine dal quale sono strati ottenuti elementi naturali trasfigurati, che assumono il ruolo di «unità elementari prive di significato … il cui valore è dato per differenze posizionali e opposizionali all’interno di un contesto sistemico» (secondo la definizione di Filiberto Menna). Ne risulta – sostiene ancora Tolve – la rappresentazione di «una natura artificializzata con lo scopo di creare un reale immaginario», più evocata, servendosi di pochi elementi, che descritta.

La mostra è visitabile dal martedì al sabato, dalle 15,30 alle 19,00 o per appuntamento.

giovedì 20 marzo 2014

Mario Carotenuto: la sorpresa dell'inedito

Di Aristide Fiore
Mario Carotenuto e Lelio Schiavone.
Mario Carotenuto e Lelio Schiavone
(foto: A. Fiore).
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 20 marzo 2014, p.13]
Ci si sorprende sempre, nello scoprire aspetti inediti dell'opera di un artista, la cui vasta produzione, ricca di successi espositivi, potrebbe indurre anche gli estimatori meglio informati a ritenere di conoscerne ogni risvolto. Gli esiti della ricerca che giungono alla notorietà vengono tuttavia individuati operando scelte ben ponderate, dettate spesso da giudizi di merito, focalizzati sul tema che si intende privilegiare, piuttosto che sul piano della qualità. Accade quindi inevitabilmente che alcune varianti, perfino ricorrenti, di un percorso creativo vengano temporaneamente tralasciate, come nel caso dei “Fiori” di Mario Carotenuto, un soggetto assai caro al pittore, al quale è stata finalmente dedicata la personale allestita a Salerno, presso Il Catalogo di Lelio Schiavone e Antonio Adiletta.

Alcuni quadri esposti.
L'esposizione, che abbraccia l'intero arco della carriera, permette di ripercorrerne tutte le tappe salienti, rese facilmente individuabili proprio attraverso la declinazione di uno stesso tema: quei fiori, in genere selvatici, i quali, alternandosi talora nel ruolo di protagonisti assoluti, talaltra in quello di comprimari o di semplici comparse, popolano il fervido immaginario dell'artista. Su quei petali dai colori ora vivaci ora delicati, si riconoscono le tracce dell'ampia parabola di Carotenuto, che gli ha permesso di attraversare diverse epoche e confrontarsi col conseguente avvicendamento di gusti, sentimenti, mode. Conservando la schiettezza degli esordi e portando con sé i semi di una tradizione che, come sottolineato in un testo critico di Marco Amendolara, comprende indistintamente le avanguardie del Novecento e la grande pittura dei secoli precedenti, egli ha sempre saputo coniugare rigore e poesia, recuperando e rivitalizzando gli aspetti ritenuti più significativi, come si vede in questa mostra, tramite la quale si può apprezzare una vasta gamma di tecniche, dalla secca pennellata alla Van Gogh al grafismo sottile e preciso, dal rigore descrittivo alla rappresentazione onirica di stampo surrealista. Il tutto reso accortamente funzionale ai temi legati indissolubilmente alla poetica carotenutiana, come i paesaggi, le nature morte, gli arredi e i paramenti sacri e le immancabili farfalle: i celebri “fiori volanti”, che ne costituiscono forse il tratto più riconoscibile. In definitiva, non resta che tributare la giusta lode a un'iniziativa che, perpetrando una fruttuosa collaborazione iniziata nel 1969, ha consentito ai più di scoprire un altro tassello fondamentale per la ricostruzione di una vita dedicata all'arte, con la speranza che ve ne siano ancora molti altri. Il tutto reso accortamente funzionale ai
Alcuni quadri esposti.
temi legati indissolubilmente alla poetica carotenutiana, come i paesaggi, le nature morte, gli arredi e i paramenti sacri e le immancabili farfalle: i celebri “fiori volanti”, che ne costituiscono forse il tratto più riconoscibile. In definitiva, non resta che tributare la giusta lode a un'iniziativa che, perpetrando una fruttuosa collaborazione iniziata nel 1969, ha consentito ai più di scoprire un altro tassello fondamentale per la ricostruzione di una vita dedicata all'arte, con la speranza che ve ne siano ancora molti altri.

martedì 4 febbraio 2014

Gli approdi ceramici di Clara Garesio

Di Aristide Fiore
Immagini della mostra.
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 1 febbraio 2014, p. 16.]
L'armonia fra idea e emozione costituisce il tratto comune delle opere ceramiche di Clara Garesio esposte a Salerno, presso lo showroom Linee Contemporanee, nella personale intitolata "Approdi desiderati", allestita in collaborazione con la Fornace Falcone. Il titolo sembra riassumere il connotato principale della produzione dell'artista torinese trapiantata a Napoli, che consiste in una corrispondenza fra idee e opere, che deriva dalla perfetta padronanza di tecniche e materiali, ma allude certamente anche alla felice ripresa, al volgere del secolo, di un percorso artistico iniziato negli anni Cinquanta, quando vinse il primo premio al XIV Concorso Nazionale della Ceramica di Faenza, che si interruppe all'inizio del decennio successivo, in seguito al matrimonio con lo scultore napoletano Giuseppe Pirozzi, con il quale l'artista ha spesso collaborato. Gli anni del “silenzio”, nei quali il “pianeta Garesio” sembrò attraversare un cono d'ombra, furono in realtà un periodo fecondo. Dedicatasi alla famiglia e all'insegnamento, non trascurò infatti di coltivare quotidianamente il proprio talento, impegnandosi parallelamente in una ricerca continua, tuttora in corso, resa possibile dalla produzione di numerosissimi studi su carta e da un piccolo forno per la ceramica collocato in cucina, come nelle tradizionali case-laboratorio degli artigiani vietresi. Non a caso Enzo Biffi Gentili, direttore del Museo Internazionale delle Arti Applicate di Torino, ha riconosciuto in lei la figura dell'“artiere”, ovvero dell'artigiano-artista. Nel 2006, dopo aver risposto entusiasticamente all'impulso irrefrenabile di dare libero corso alla sua vulcanica creatività, l'artista è stata insignita del Premio alla Carriera del Museo Artistico Industriale “Manuel Cargaleiro” di Vietri sul Mare.
Come sottolinea Erminia Pellecchia nella presentazione della mostra, «dare una definizione al “fare” della Garesio è per fortuna impossibile, giacché si muove al di là di stereotipi o mode. Si abbandona a un impulso, spinta dal bisogno di comunicare il proprio sentire, ora e subito». Formatasi nel corso di un Novecento ormai maturo, resa partecipe delle scoperte dei principali movimenti, a cominciare dalle avanguardie, Garesio sviluppò inizialmente uno stile di impronta modernista, nel quale si individuano molti riferimenti al Mirò e al Picasso ceramisti, dei quali riprese anche le suggestioni etniche, arcaiche o zoomorfe del vasellame, elaborando tuttavia anche motivi nati da ricerche autonome, spesso legati alla natura. È il respiro di tutto un secolo, che si protende dunque su quello successivo, attraverso le realizzazioni più recenti, frutto di una tecnica complessa, che abbina la singolarità delle forme alla resa dei pigmenti. L'accostamento degli smalti, distribuiti in una successione di fasi, conferisce a vasi e terraglie ricavati al tornio o a mano, con la tecnica del colombino, un rilievo che trasporta la pittura vascolare oltre il piano della decorazione, facendone un tutt'uno con la materia scultorea: è proprio sotto questo aspetto, che si individua l'apporto personale dell'artista, il quale peraltro si riverbera anche in ambiti diversi. Lo stesso tipo di approccio le ha permesso infatti di esprimersi efficacemente anche in altri settori, attraverso la realizzazione di monili, tessuti e complementi d'arredo. Affermatasi come disegnatrice, pittrice, decoratrice e scultrice, che predilige senza dubbio la ceramica, Clara Garesio può quindi definirsi a buon titolo un'artista eclettica, sebbene lo sconfinamento verso l'uso di materiali insoliti, quali stoffa, gesso, tela, legno, metallo, vetro eccetera, fino all'utilizzo di materiali di riciclo, non scaturisca mai da scelte casuali o dalla semplice ricerca di novità fine a se stessa, ma sia dettato piuttosto da un'attenta meditazione, volta a individuare il supporto e la tecnica più adatti a ottenere il risultato atteso.

Immagini della mostra.


Quest'ultima personale, che costituisce una valida sintesi dei risultati più recenti, comprende vasi dalle forme slanciate, in molti casi plasmati secondo geometrie complesse, piatti, sfere traslucide, pannelli e piastrelle i cui rilievi assumono spesso configurazioni dinamiche, tegole variopinte dai colori accesi e un affascinante esemplare appartenente alla serie delle “Scatole delle meraviglie”: dei contenitori di ceramica, plasmati come vasi, pentole, scatole o astucci, dai quali traboccano, come da una sorta di “cornucopie postmoderne”, le riproduzioni in porcellana di oggetti, giocattoli, utensili tradizionali, associati liberamente secondo criteri puramente estetici. La mostra sarà visitabile fino al 15 febbraio, 
tutti i giorni tranne lunedì mattina e domenica, dalle 9,00 alle 13,30 e dalle 16,00 alle 20,30

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martedì 31 dicembre 2013

La Romei e la Siano alla Di Caro

Di Aristide Fiore
Francesca Romei, Untitled I, II, III.
Francesca Romei, Untitled I, II, III.
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 27 dicembre 2013, p. 10.]
Proporre «un viaggio alla riscoperta della tradizione con il desiderio di riscattare i prototipi della creatività umana e di rifondare l'immaginario collettivo mediante atmosfere plastiche in cui l'arcaico si fonde con l'attualità», in accordo con le attuali tendenze dell'arte contemporanea: così, in sintesi, Antonello Tolve, curatore di “A very special project about ceramic”, illustra l'obiettivo della doppia personale di Francesca Romei e Mariella Siano, allestita a Salerno presso la Galleria Tiziana Di Caro, in via delle Botteghelle 55, che fino al 22 febbraio 2014 permetterà di ammirare la loro
Francesca Romei, Coastal village.
Francesca Romei, Coastal village.
 produzione più recente.
Entrambe nate a Salerno e reduci da percorsi formativi in Gran Bretagna, Francesca Romei e Mariella Siano hanno in comune anche l'attaccamento al proprio territorio, che si traduce nella rivisitazione di temi e aspetti caratteristici attraverso il linguaggio della ceramica. Concentrandosi nel primo caso su forme e oggetti e nell'altro sull'uso del colore, le due artiste riescono a «indicare una rinnovata coappartenenza di passato e presente», i quali si integrano in tal modo «nell'orizzonte mentale e emotivo della contemporaneità».
Francesca Romei, Vasi comunicanti.
Francesca Romei, Vasi comunicanti.
Francesca Romei, ritornata in Italia dopo un Master in Ceramic Design alla Staffordshire University, si è affrancata dalla produzione seriale e ha preferito dedicarsi a una ricerca formale soggetta a un'evoluzione costante, che si esplicita attraverso varianti costituite dalle decorazioni applicate agli oggetti. L'ancoraggio alla tradizione è reso evidente soprattutto dalla riproposizione di forme, stili decorativi e persino manufatti legati alla cultura e al territorio di origine. La forma dei tre vasi “Senza titolo I, II, III”, mutuata dalle cupole maiolicate della costiera amalfitana, conserva il carattere del modello cui si ispira nonostante la monocromia, il riadattamento della struttura e la necessaria riduzione di scala. Lo stesso accade nel caso di “Coastal Village”, sintesi del tipico borgo costiero amalfitano felicemente rimodulata in un'elegante installazione angolare, mentre i “Vasi comunicanti”, piccole, agili installazioni a parete, nascono da un'idea dissacratoria, che recupera il tema della tradizionale acquasantiera, liberandolo però dalla funzione originaria mediante l'accostamento a fedeli... riproduzioni di tubature, con un palese intento puramente estetico ma non privo d'ironia.
Le "costruzioni verbocromatiche" di Mariella Siano.
Le "costruzioni verbocromatiche" di Mariella Siano.

Mariella Siano, la cui formazione comprende un approfondimento dello studio della tradizione ceramica presso il Central St. Martin di Londra, al suo ritorno a Salerno ha aperto un laboratorio per dedicarsi all'analisi delle forme organiche di origine marina, vegetale, animale, che abbinata alla sperimentazione di variabili cromatiche ha dato origine a uno stile personale ben riconoscibile. Per questa mostra ha deciso di tralasciare i temi abituali per dedicarsi a un lavoro sulla parola, traducendo in installazioni a parete realizzate in ceramica vivacemente colorata alcuni giochi linguistici, ideati da Giovanni Loria sulla base di assonanze grafiche o semantiche. Si tratta di «perturbazioni caotiche (estetiche) della fraseologia» (INFINECONFINEAFFINE; ESSENZASSENZA; UNIVERSOVERSOUNICO), che assumono talvolta l'aspetto di «parafrasie programmate» (SPEZZO LEGAMI PEZZI DI LEGO DA RAMI; UMANI IMPIGLIATI NEGLI AMI. AMI?) o di equazioni di parole (IDEALI = IDEECONLEALI) e riescono a determinare fecondi cortocircuiti, generatori di nuovi significati. L'apporto della ceramista si focalizza sulle lettere alfabetiche, unità minime di senso impreziosite dagli smalti, che ne accentuano la presenza dando luogo a eleganti «costruzioni verbocromatiche».
La mostra è visitabile dal martedì al sabato, ore 15.00-20.00, o su appuntamento.

Buon Natale al Catalogo con le sue firme

Di Aristide Fiore
Alcuni quadri esposti.
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 24 dicembre 2013, p. 10.]
Il paesaggio è un tema ricorrente nell’arte visiva fin dall'epoca ellenistico-romana, che tuttavia pervenne alla dignità di genere autonomo solo con l'arte rinascimentale. A esso è dedicata quest'anno la tradizionale collettiva natalizia con la quale la galleria "Il Catalogo" di Lelio Schiavone e Antonio Adiletta celebra i suoi autori più importanti. "Declinazione del paesaggio", questo il titolo della mostra inaugurata nello storico spazio di via A.M. De Luca 14, è dunque una rassegna che permette di apprezzare come uno stesso soggetto sia stato interpretato da alcuni maestri del Novecento e da affermati esponenti delle nuove generazioni, accomunati dall'intento di sceglierlo come tramite delle proprie esperienze, emozioni e aspirazioni e, in definitiva, come espressione della propria soggettività più intima.
Ai luminosi scorci paesaggistici delle chine su carta di Mario Carotenuto (“Angri”, 1971; “Altavilla”, 1979 e 1996; due vedute di Picerno, entrambe del 1972), preziose testimonianze di un rapporto ancora equilibrato fra uomo e natura, fa da controcanto l'immancabile riferimento allo scenario urbano contemporaneo, esemplificato da una varietà di spunti mediante la quale si passa dai margini ancora semirurali delle grandi città, nella rappresentazione carica di nostalgia di Nazzareno Cugurra (“Roma, Scorcio del Viale Cortina d’Ampezzo”, 1970, olio su tela) all'anonima “Periferia” di Folco Chiti Batelli (1977, olio su tela), che sembra custodire ma anche imprigionare le speranze dei suoi abitanti, fino all'impatto con la visione di una metropoli al tempo stesso fredda e monumentale, che nell'interpretazione di Giovanni Tesauro (“Lower east side”, 2011, olio su tela) è modulata attraverso una minuziosa scansione di toni di grigio.
L'irrinunciabile omaggio al paesaggio marino attraversa un'ampia varietà di registri: dalla vivida scena di Graziana Pentich (“Marina”, 1966, olio su tela) alla spensierata atmosfera permeata da reminiscenze fauviste nella “Marina” di Enrico Paulucci (1970, acquerello su carta); dalla dolcemente malinconica baia rischiarata dall'alba di Amedeo Ternullo (“Marina”, 2012, olio su tela), al crepuscolo di Virginio Quarta (“Barche”, 2012, olio su tela), senza tralasciare le vedute della distesa marina in relazione con panorami rocciosi e insediamenti abitativi perfettamente integrati fra loro, come nell'Isola di Ponza vista da Carlo Quaglia (1961, olio su tela), o con la mole maestosa di monumenti che si specchiano sull'acqua, come “La Salute” di Renato Borsato (1990, olio su tela).
Alcuni quadri esposti.
La dimensione mentale del paesaggio, protesa oltre l’imitazione e la raffigurazione, già accennata nelle vedute tendenti all'astrazione, più suggerite che mostrate, di Sergio Scatizzi (“Paesaggio”, 1990, olio su tavola), «la cui pittura crea natura nell'atto di idearla» (Gatto), si manifesta distintamente nei paesaggi interiori dei quattro oli su tavola di Eliana Petrizzi (“Passaggio”, 2012, “Interno”, 2012, “La notte”, 2011, “L'Alba”, 2012), che se da un lato affidano alla monocromia l'affermazione del loro affrancamento dalla dimensione fisica, dall'altro si caricano di vigore passionale grazie all'intensa gamma dei rossi. Il limite estremo di questa tendenza a restituire sensazioni percepite dallo “sguardo della mente” è ben rappresentato dalle tecniche miste su tela di Paolo Bini (“Gocce di pioggia”, 2009, e “Luogo n° 20”, 2008), nelle quali il riferimento alla realtà e alla dimensione spaziale è indice di una totale interiorizzazione del paesaggio.

L'esposizione resterà aperta al pubblico fino al 6 gennaio 2014, dal martedì al sabato (ore 10,30 – 12,30; 17,30 – 20,00).

martedì 24 dicembre 2013

Franco Longo in 45 centimetri

Di Aristide Fiore
Manifesto della mostra.
[Pubblicato su Le cronache del salernitano, 22 dicembre 2013, p. 16.]
A cavallo fra il vecchio e il nuovo anno, il panorama artistico salernitano sarà arricchito da un importante evento dedicato alla ceramica d'autore. Venerdì 20 dicembre 2013, alle ore 19.00 presso i locali di “Linee Contemporanee” - arredamento e progettazione d'interni, in Via Parmenide 39, la mostra “45 Ceramiche da 45 cm del maestro Franco Longo” è stata inaugurata alla presenza dell'artista. L'allestimento comprende quarantacinque piatti di ceramica del diametro di 45 cm, tutti esemplari unici autografati, realizzati nell'arco del 2013 presso la Fornace Falcone di Montecorvino Rovella (SA), che costituisce un punto di riferimento per i maggiori artisti contemporanei, oltre che per tutti gli artisti locali, e ha giocato un ruolo fondamentale nell'esperienza ormai cinquantennale di manipolatore d'argilla di Longo. Nel corso della sua lunga e prestigiosa carriera, egli ha attraversato tutti i campi dell'arte, dalla pittura alla scultura, dall'arte concettuale alla video-art, riscuotendo consensi sia in Italia sia all'estero. Sensibile al fascino dell'arte ceramica, non ha mai cessato di esplorare le infinite possibilità offerte da questa tecnica antica, che si configura come efficace metafora del cosmo, essendo basata sulla combinazione di elementi semplici: l'acqua (essenziale alla diluizione degli smalti), il fuoco (che nella fornace supera i mille gradi) e la terra (l'argilla che si trasforma in terracotta). Confermando l'approccio tipico dei suoi celebri lavori, che traggono forza da sovrapposizioni e contrasti di colori, in questa occasione rende omaggio alla materia, includendo nelle sue creazioni vetri, sabbia, rame, ferro e smalti che riproducono l'effetto dei metalli preziosi come oro, argento e platino.

Franco Longo dipinge un piatto.
La mostra di Franco Longo rientra nel progetto “45 ceramiche da 45 cm”, giunto ormai alla VII edizione, che costituisce una delle tante iniziative che testimoniano il costante impegno della Fornace Falcone per la divulgazione dell'arte. È promossa e sostenuta da istituzioni quali la Provincia di Salerno, il Comune di Salerno, la Camera di Commercio di Salerno, l'EPT di Salerno, l'Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo di Salerno e il GAL Colline Salernitane. Sarà possibile visitarla dal fino all'11 gennaio 2014, tutti i giorni dalle ore 9.00 alle 20.00. Il catalogo, curato dallo Studio di Design Calocero, contiene un testo critico di Rino Mele, che in più occasioni si è occupato dell'artista e le fotografie delle opere di Michele Calocero.

giovedì 19 dicembre 2013

Taglio del nastro per DanniDiDonne

Di Aristide Fiore
Vincenzo Maraio, Olga Marciano, Giuseppe Gorga e Annalisa Santamaria.
Vincenzo Maraio, Olga Marciano, Giuseppe Gorga e Annalisa Santamaria.
(Foto: A. Fiore)

[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 19 dicembre 2013, p. 16.]
Dieci tele, dieci donne, dieci storie vere. Questi, in sintesi, gli elementi di “DanniDiDonne – Una, nessuna e centomila”, il nuovo progetto di Olga Marciano curato da salernoinarte.it, un evento che avrà luogo alle 20.00 di domani a Salerno, nel salone dell'Archivio dell'Architettura Contemporanea (ex Museo del Falso), in Via S. Benedetto. Sarà un'occasione per proporre una nuova forma di fruizione dell'arte, attraverso un “percorso emozionale” che si estende oltre il quadro, ma proprio per questo consente un maggiore coinvolgimento dell'osservatore e gli permette di introiettarne il senso. «La “talking and sensory paint”» spiega la pittrice «instaura uno sviluppo narrativo e sensoriale tra l'osservatore ed il soggetto raffigurato nell'opera, un'opera che “si racconta” e parla di sé». Si tratta di una formula già sperimentata con grande successo di critica e pubblico nel 2012, con la personale intitolata “Io sono – talking and sensory paint”, la prima mostra sensoriale con quadri parlanti realizzata in Italia. Vista la grande rilevanza sociale del tema di quest'ultima mostra, la violenza sulle donne vista attraverso una serie di storie emblematiche realmente accadute, si rende ancora più necessario il ricorso a una narrazione che permetta di inquadrare il contesto di ciascun episodio e di immedesimarsi nelle protagoniste, il cui vissuto è stato ricostruito grazie a un'attività di ricerca che si è estesa al di là del fatto di cronaca in sé. Quadri, installazioni e testi daranno corpo a storie intense, in alcuni casi persino macabre, che potranno essere rivissute, per quanto possibile, grazie a una sinergia di talenti: i visitatori, ai quali si raccomanda la puntualità, saranno guidati da Enzo Landolfi, al quale sarà riservato il compito di presentare le storie che hanno ispirato i dipinti, mentre Cinzia Ugatti, Carmen Santamaria, Laura Mammone, Caterina Micoloni e Vicente Barra interpreteranno i testi di Annalisa Santamaria, il cui ultimo romanzo, “Trasparenze”, sarà presentato sabato 21 dicembre alle 19.30, nella stessa sede, da Enzo Landolfi, che ne parlerà con l'autrice, Santa Rossi e Olga Marciano. Anche i testi redatti per “DanniDiDonne” sono stati raccolti in un volume in corso di stampa.

Secondo Landolfi, la possibilità di fruire di eventi come questo, che uniscono arte, racconto e teatro, e proiettano perciò la nostra città in un contesto culturale di livello internazionale, si deve alla lungimiranza dell'amministrazione comunale, e in particolar modo alla sensibilità dell'Assessore al Turismo del Comune di Salerno, Avv. Vincenzo Maraio, che interverrà anche nella serata inaugurale e in occasione della presentazione di questo progetto ha sottolineato l'importanza di iniziative di questo tipo per l'ampliamento dell'offerta turistica della città, che anche in virtù di ciò sta attirando flussi turistici crescenti. Allestita in contemporanea con “Luci d'artista”, quest'esposizione rientra nel programma di eventi che culmineranno con l'inaugurazione della prima Biennale d'arte contemporanea di Salerno, che si terrà nel mese di ottobre del 2014. Sarà visitabile fino al 25 dicembre 2013, tutti i giorni dalle 11.00 alle 13.00 e dalle 17.30 alle 20.30. Successivamente le dieci opere di Olga Marciano saranno esposte in esclusiva presso Carpinelli Home – Fare Contract, in Corso Vittorio Emanuele 176, a Salerno.

sabato 14 dicembre 2013

Il segno di Ernesto Terlizzi si realizza a Tel Aviv

Di Aristide Fiore
Invito.
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 13 dicembre 2013, p. 10.]
Ernesto Terlizzi è uno dei trentasei artisti contemporanei italiani che espongono le proprie opere al Beit Ha'ir Museum di Tel Aviv dal 17 ottobre 2013 al 16 gennaio 2014, in una mostra dedicata al libro d'arte e d'artista organizzata dallo Studio S – Arte Contemporanea di Roma per l’Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv, nel contesto della XIII Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia in Israele e sotto l’Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica. Alle opere contemporanee è affiancato l'Ebdomero di Giorgio De Chirico (1888-1978), un capolavoro della letteratura italiana del Novecento che proietta il lettore nell'universo del padre della pittura metafisica, il movimento al quale si ispirarono inizialmente anche i surrealisti. Non a caso questo romanzo autobiografico, apparso per la prima volta in Francia nel 1929 senza illustrazioni, fu definito da Jean Cocteau “il più importante testo letterario del mondo surrealista”. Si tratta dunque di una pregevole testimonianza dell'uso del libro come canale di diffusione della letteratura, il quale pertanto soddisfa perfettamente le finalità della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, che dal 2001 viene celebrata ogni anno nella terza settimana di ottobre dalle Ambasciate, dai Consolati e dagli Istituti Italiani di Cultura all’estero per promuovere la conoscenza dei valori civili, storici e culturali espressi attraverso la nostra lingua nazionale. La stessa opera, presente in mostra nell'edizione del 1972, pubblicata da Carlo Bestetti Edizioni d’Arte in Roma, con testo tradotto dall’originale francese dall’autore stesso e le ventitré litografie che realizzò espressamente per quest'opera, insieme ai trentasei libri d’artista, rappresenta efficacemente anche l'altro aspetto del libro che l'esposizione intende sottolineare, ovvero il suo ruolo di oggetto/soggetto d’arte, testimone dell'evoluzione dei linguaggi espressivi dal XX secolo ai giorni nostri. Queste “opere d’arte in forma di libro”, secondo la felice definizione di Loredana Rea, tutte firmate da artisti contemporanei, alcune delle quali appositamente commissionate a esponenti di generazioni e tendenze diverse, sono dedicate a un soggetto specifico: il libro stesso. Realizzate non soltanto con materiale cartaceo, ma anche con i mezzi più svariati, insoliti e eterogenei, dalla creta al gesso, dalla paglia al tessuto e così via, costituiscono una sfida alla creatività e spaziano dal dramma al passatempo, dalla ricerca estetica al concettuale, dal minimalismo al kitsch, dall’impegno politico e sociale all’ecologia, dal testo letterario all’installazione. Nel perseguire il proprio scopo, gli autori si sono avvalsi di tutti i mezzi di riproduzione, dalle più raffinate tecniche incisorie alla fotografia, fino alla sperimentazione col computer.

Ernesto Terlizzi - Libro d'artista.
Ernesto Terlizzi - Libro d'artista.
Le visioni che si susseguono nel libro di Terlizzi, una vera e propria rassegna in miniatura dell'originale linguaggio formulato dall'artista, concorrono a esaltare le potenzialità tattili e percettive di questo medium attraverso la loro superficie ruvida e la combinazione suggestiva di segni grafici, intagli, inserti polimaterici che richiamano, con la loro schietta presenza, la concretezza di idee e riferimenti dei quali, fin dalle origini, il libro è stato ed è tuttora veicolo. Il dialogo tra segno e materia, modulato dall'equilibrio calibrato della composizione, allude a un senso ultimo, che risiede al tempo stesso dentro e oltre la pagina.

domenica 8 dicembre 2013

L'Amigdala nell'immaginario di Arianna Catania

Di Aristide Fiore
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 3 dicembre 2013, p. 9.]
L'amigdala (mandorla In latino) è
una parte del cervello che gestisce le emozioni presenti e passate. Da qui l'idea di assumerla come ideale tratto d'unione della personale di Arianna Catania, presso la sede dell'associazione culturale Art.Tre. Le immagini della fotografa siciliana costituiscono infatti altrettanti snodi intercambiabili di un flusso di emozioni suscitate dalla contemplazione delle ferrovie abbandonate della terra natia, assunte come metafora della vita, sospesa com'è tra attaccamento al passato, alle proprie radici, e attrazione per un altrove immaginario, proiettato nel futuro.
Nascono da queste premesse l'impulso a cercare segni di vita in oggetti e luoghi dimenticati, individuandola in fiori e arbusti cresciuti su binari morti, e il tentativo di ravvivare stazioni deserte e campi desolati percorsi da strade ferrate con grappoli di palloncini rossi o con altri materiali di identico colore, in un gioco al quale a volte prende parte la stessa autrice, colta in pose che esprimono un senso di attesa o lo slancio della partenza, contrapposto alla stasi della linea ferroviaria dismessa, che tuttavia non va confusa con la stabilità.
Lo dimostra, con la forza lapidaria di un rebus, un polittico con tre vagoni e una casetta in posizioni sbilenche, accomunati da un senso di precarietà.
In altri scatti viene posto l'accento sull'assenza, fino a assumere come surrogato della figura umana le leve di uno scambio, su una delle quali è poggiato un cappello da capostazione. La memoria della vita che animava quei luoghi di transito ne permea ancora l'atmosfera. Così una galleria senza più rotaie, un tratto di binario semisepolto nel terreno brullo, toilette, sale d'aspetto e altri locali di servizio di stazioni deserte diventano lo scenario ideale per un gioco di contrasti mediante il quale ritrovare la gioia dell'originario legame con la terra: una sedia posta sui binari davanti a una stazione contraddice qualsiasi idea di movimento; un tronco poggiato di traverso sulle rotaie, che costringerebbe un treno vero a fermarsi, viene invece scavalcato da una locomotiva giocattolo; un cumulo di macerie sormontato da una valigia rossa davanti a un vecchio edificio allude a una speranza di riscatto.

mercoledì 4 dicembre 2013

La personale di Damiano Durante a Palazzo Genovesi

Di Aristide Fiore
The Last Words.
The Last Words.
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 02-12-2013, p. 13.]
La mostra personale di Damiano Durante a cura di Marco Alfano, ospitata nelle scuderie di Palazzo Genovese, presenta una scelta di dipinti a olio su tela in stile iperrealista, incentrata su un'opera di grande formato, “The Last Words”: un Cristo morente a grandezza quasi naturale su una croce di luce; un'immagine potente che evoca con immediatezza le ultime parole con le quali si conclude la Passione e che vuole alludere al ruolo della pittura nel panorama artistico contemporaneo. È la riproposizione “inattuale” di una tecnica antica, tramite la quale Durante si riserva “l'ultima parola” in un'ideale polemica con un fare arte che troppo spesso si basa esclusivamente sulla provocazione fine a se stessa. Che si tratti di un'opera simbolica, più che religiosa, lo si deduce dall'aspetto della figura, delineata con estrema precisione e naturalezza, dalla quale non traspare alcun indizio di trascendenza. A una società che nel complesso tende a escludere il divino dal proprio orizzonte si offre l'immagine disarmante del corpo nell'atto finale della sua esistenza, simbolo di una bellezza effimera e tuttavia, in qualche modo, immortale. Ed è sempre il corpo, che in molte delle nature morte esposte in questo allestimento dialoga con gli oggetti attraverso contrasti o assonanze fra forme o colori, in composizioni formulate a partire dalla fotografia, ma tendenti all'astrazione, dove la vera protagonista è la luce, che, giocando con le superfici naturali e artificiali, crea un'atmosfera magica, raccolta. Dal calore sensuale della carne illuminata da candele o raggi di sole, al riverbero di luci fredde in vetri e liquidi variamente colorati, la nettezza del tocco di Durante si manifesta in una varietà di registri che danno luogo a combinazioni sempre sorprendenti. Nelle opere che pongono in relazione grandi fiori e sessi maschili o femminili, dissimulati attraverso il gioco di riflessi e trasparenze di portafiori di vetro, Alfano ravvisa l'eco di certe opere di Mapplethorpe: riconoscein esse un retaggio dei sui soggiorni negli Stati Uniti: una componente non marginale del percorso dell'artista, che questa esposizione intende illustrare, caratterizzandosi come summa di tutta la sua opera.

lunedì 2 dicembre 2013

La commedia di Mino Maccari al "Catalogo"

Di Aristide Fiore
La commedia sul ponte - 1951.
La commedia sul ponte - 1951.
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 2 dicembre 2013, p. 13.]
Con la mostra "Mino Maccari – La Commedia nell'Arte", aperta al pubblico fino a sabato 30 novembre 2013, la galleria “Il Catalogo“ di Lelio Schiavone e Antonio Adiletta ha inaugurato la sua 46ª stagione espositiva, proponendo oltre trenta opere, tra rari e inediti, del grande pittore, incisore e illustratore senese. Per celebrare la lunga collaborazione dell'artista con la galleria salernitana di via De Luca, è stata presentata una selezione tratta dalle opere che esposte la scorsa estate nel Palazzo Mediceo di Seravezza, che rappresentano la sua produzione artistica compresa tra il 1920 e il 1978.
Crepuscolo dell'astrattismo - 1964.
Crepuscolo dell'astrattismo - 1964.
Unendo all'attività artistica anche quella letteraria, come scrittore e giornalista, Maccari (1898-1989) è stato uno degli esponenti più importanti della cultura italiana del Novecento. I suoi primi tentativi di pittura e incisione risalgono al 1920 e lo portarono al debutto con il Gruppo Labronico. Nel 1924 divenne illustratore per la rivista Il Selvaggio (1924-1943), organo del movimento letterario di Strapaese, che dal punto di vista grafico si rifaceva alla tradizione satirica dell'Ottocento francese (Daumier e altri): le xilografie e le incisioni di Maccari erano accompagnate da didascalie umoristiche.
Personaggi - 1965-70.
Personaggi - 1965-70.
Patriottismo e valorizzazione del territorio nazionale e delle tradizioni culturali si sposavano dunque con la graffiante satira sociale di Maccari, che dalla linearità del tratto e dall'immediatezza popolare, caratteristiche degli esordi, passò ben presto a un segno inquieto, aspro, di sapore espressionista, che riproponeva in un'inconfondibile interpretazione personale alcuni spunti tematici tratti da artisti come Grosz e Ensor e certe suggestioni figurative mutuate dal cinema di Stroheim: sono questi gli elementi fondamentali dello stile di Maccari, che in pittura si arricchisce di toni cromatici violenti, perfezionando l'esito spesso grottesco dell'opera grafica. È nata così la sterminata rassegna di tipi umani che costituisce l'intera opera dell'artista toscano: soldati, uomini d'affari, avvocati, preti, uomini qualunque e soprattutto donnine, tutti gli interpreti del teatro del mondo, animato da contrasti insanabili.

Cavalcata - 1938.
Cavalcata - 1938.
L'ostentazione dell'eccesso, il carattere liberatorio di una figurazione che sembra rasentare l'oscenità nasconde in realtà una vena malinconica: l'irrisione feroce di una società corrotta e corruttibile, irrimediabilmente sfigurata dal vizio e dal malcostume, rivela pur sempre un'umanità dolente, che reagisce come può alle proprie frustrazioni e inquietudini e quindi merita uno sguardo profondo, non privo di una certa empatia. Del resto anche le pagine de Il Selvaggio, sebbene ostentassero uno spirito canzonatorio, beffardo, si ispiravano a riferimenti culturali attualissimi, che si rivelarono soprattutto a partire dal 1926, quando l'artista ne assunse la direzione, affrancando il periodico dalla politica e rimarcandone il carattere artistico-letterario, secondo una linea che sviluppò anche attraverso la collaborazione ad altri importanti riviste, come “L’Italiano”, “Omnibus” e, dopo la guerra, “Il Mondo”.