venerdì 14 giugno 2013

L'isola non trovata... In attesa che finisca la bonaccia. Presentato il n. IV della rivista culturale “GeaArt”

Il tavolo dei relatori.
Il tavolo dei relatori (foto: A. Fiore).
[Pubblicato su ROMA Cronaca di Salerno e provincia, 4 aprile 2013, p.27.]
“L'isola non trovata”, l'espressione presa in prestito da una canzone di Francesco Guccini, è il tema del quarto numero della rivista “GeaArt”, bimestrale di cultura, arti visive, spettacolo e nuove tecnologie creative, presentato martedì presso la galleria Il Catalogo di Salerno. Sono intervenuti i giornalisti Gigi Casciello e Gabriele Bojano e l’artista Eliana Petrizzi moderati da una brillante Lucia D’Agostino. La rivista diretta da Massimo Bignardi, prodotta a Salerno,  riesce tuttavia ad avere una visione ampia, aperta al panorama nazionale e internazionale. Secondo Gabriele Bojano, rispetto a tante proposte che si sono rivelate effimere, ha il pregio di non essere nata “a dispetto di qualcuno o di qualcosa” e indubbiamente colma un vuoto, in quanto i temi e gli argomenti che affronta non troverebbero spazio analogo sulla stampa locale, che tendenzialmente emargina la cultura e lo spettacolo ed esclude la critica, pressoché assente nei quotidiani salernitani, sebbene da queste colonne forti segnali contrari non siano mai mancati, anzi incoraggiati dalle ampie vedute del suo direttore e dei suoi redattori. Da questo punto di vista “GeaArt” potrebbe costituire un fattore trainante. Secondo Gigi Casciello una proposta culturale è tale se riesce a elevare una comunità. Essa è valida quando riesce a superare il provincialismo. È dello stesso avviso anche Massimo Bignardi, secondo cui l'appartenenza a un luogo non conta: come scrive Marc Augé: “Lo spazio è geometrico, il luogo è antropologico”: il luogo si determina cioè mediante le relazioni. Da questo punto di vista Il catalogo è un “luogo” nel senso pieno, che da quattro decenni contribuisce alla formazione di generazioni di studiosi, intellettuali e persone desiderose di aprire una prospettiva. Ed è per questo che è stato scelto per la presentazione di una rivista che aspira a soddisfare una domanda culturale al di fuori dell'ambito accademico, spesso autoreferenziale e lontano dalla collettività. “GeaArt” non nasce dal desiderio di realizzare qualcosa che manca a Salerno, ma dalla voglia di operare nella cultura con uno sguardo ampio, che non insegua l'internazionalità ma sappia vedere il locale in rapporto col globale, come mostra, proprio in questo numero, il contributo di Attilio Bonadies su Giorgios Seferiádis (in arte Gorgos Seferis), premio Nobel per la poesia nel 1963, che nell'ottobre del 1944, mentre si trovava a Cava dei Tirreni insieme al Governo greco in esilio, scrisse la poesia “Ultima tappa”. Sulla stessa linea procedono gli interventi di tutti i collaboratori della rivista: da Pasquale De Cristofaro, che si occupa di Vsevolod Mejerchol'd e dell'avanguardia teatrale russa, a Gemma Criscuoli, che nelle sue recensioni di spettacoli teatrali tratta con la stessa autorevolezza eventi che hanno luogo lontano dal nostro territorio, ed Elio Di Pace, che firma un servizio dal Festival del Cinema di Berlino. Naturalmente l'intento di abbracciare orizzonti più ampi determina anche l'apertura alla collaborazione di studiosi di altri paesi e comporta una visione che va al di là delle frontiere nazionali, grazie a contributi come quello sul Mali di Eliana Petrizzi, secondo cui trattare il tema del viaggio è un modo di prendersi cura delle cose e del mondo che ci è stato affidato, o la testimonianza di Lucia Caterina e Andrea Manzo sul Museo de “L’Orientale” di Napoli, che custodisce reperti archeologici provenienti da varie aree del mondo. In definitiva, non serve vagheggiare un luogo felice, nel tempo o nello spazio, dove la sete di cultura si possa placare: l'isola non è stata trovata e non bisogna cercarla più. Occorre solo lasciare che il vento nuovo spiri.

Il “ratto d'Europa” secondo Paolo Signorino

[Pubblicato su ROMA Cronaca di Salerno e provincia, 27 marzo 2013, p.26.]
Si può ricominciare partendo dalla cultura. L'auspicio attribuito a Jean Monnet potrebbe essere il filo conduttore della XXI Giornata FAI di primavera, in occasione della quale sabato 23 e domenica 24 la Pinacoteca Provinciale ha ospitato la mostra Paolo Signorino per Europa, curata da Laura Del Verme ed Erminia Pellecchia e onorata dalla presenza del Maestro Mario Carotenuto al vernissage.
L’esposizione allestita da Floriana Gigantino occupa due sale della Pinacoteca, la prima delle quali accoglie undici dipinti appartenuti al nucleo pittorico presentato nel 1998 al Parlamento europeo di Strasburgo, in occasione della mostra Quinze portraits de nos littératures, una serie di ritratti di scrittori rappresentativi di ciascuno Stato membro dell'epoca. Il metodo adottato per realizzarli è la “foto-grafia”, come ebbe a definirla Filiberto Menna, ovvero la trasposizione pittorica di immagini fotografiche, già proposta dall'artista nei primi anni Ottanta con un ciclo dedicato a Marcel Proust. Lo schema di queste tele, che accosta a ciascun personaggio uno sfondo ideale rappresentato come se si trattasse di una vecchia cartolina, è di semplice lettura, perché concepito come strumento di divulgazione, ma per nulla scontato, come dimostra l'attenta scelta dei fiori e degli oggetti simbolici che accompagnano i ritratti, pensati come attributi iconografici dei personaggi.
L'intento di Signorino è celebrare la cultura europea, vero fondamento della comune identità, come sottolineato da Giuseppe Cacciatore, presidente della Società salernitana di storia patria, nell'Introduzione al catalogo: “Nelle sue tele e nella luce della sua ispirazione si fa strada un soggetto unitario e insieme prismatico: l’Europa come entità transnazionale impegnata a costruire la cultura del nuovo umanesimo e dell’universalismo democratico. È questa l’Europa che dobbiamo prendere sul serio, giacché costituisce la vera alternativa agli assolutismi fondamentalistici e agli egoismi di rinascenti identità nazionalistiche, ma anche alle rinnovate egemonie di paesi economicamente forti e chiusi nel loro egoismo economico-finanziario”.
La seconda sala ospita alcuni bozzetti e l’inedito dipinto “Per Europa”, una personalissima interpretazione del “Ratto d'Europa” di Luca Giordano, qui liberata dalle ombre seicentesche per dare risalto a uno scorcio della Costa d'Amalfi che lega il nostro territorio al mito. Completano l'allegoria un albero d'ulivo e un cartiglio sospeso a mezz'aria, sul quale è accennata la colomba della pace, citazione della celebre affiche disegnata da Pablo Picasso per il Congresso della pace del 1949, e il manto azzurro della principessa, che dodici stelle trasformano nella bandiera dell'Unione Europea. La pace, che ha dato il via al processo di unificazione, e la sua meta sono i due poli della gioiosa corsa del toro ornato di fiori attraverso il Mediterraneo, culla di grandi civiltà e crocevia di popoli. Proprio la colomba e il vessillo dell'Unione, i due simboli più importanti della mostra, impreziosiscono la torta offerta per l'inaugurazione dall'associazione culturale Scriptorium, un delizioso esempio di cake design per salutare l'incontro fra l'Europa e l'arte del Maestro Signorino.
La mostra di Paolo Signorino alla Pinacoteca provinciale di Salerno.
La mostra di Paolo Signorino alla Pinacoteca provinciale di Salerno.

Sette giorni per I viaggi di Eliana Petrizzi



Pietra di garza.
Pietra di garza.
[Pubblicato su ROMA Cronaca di Salerno e provincia, 22 marzo 2013, p.27.]
Con la personale intitolata I viaggi dentro Eliana Petrizzi ritorna a Salerno presso la galleria “Il Catalogo”. Diciotto opere dell'artista irpina resteranno esposte fino al 30 marzo.
Partendo dall'individuazione di elementi simbolici che rimandano a concetti spirituali, la sua ricerca realizza il superamento della fisicità per cogliere il senso universale delle cose. La consapevolezza della sproporzione fra questo scopo e la capacità di realizzarlo, determinata dai limiti intrinseci alla condizione umana, è espressa dall'atmosfera malinconica che pervade i dipinti. Varie stratificazioni di diversa trama e consistenza culminano con velature tese all'ottenimento di una figurazione realistica e tuttavia connotata da un senso di indeterminatezza. Il colore, slegato dalla rappresentazione fedele, fotografica della realtà, assume un valore concettuale; le monocromie restituiscono immagini tremule, palpitanti, che invitano a una calma meditazione.
Fra le soluzioni formali proposte dall'artista si segnalano in particolare i dittici, volti a rappresentare concetti non sintetizzabili in una sola immagine secondo un principio analogo a quello posto in atto attraverso la scrittura ideografica: la combinazione di elementi riconoscibili permette all'osservatore di ricostruire una narrazione attraverso la quale pervenire al significato. In genere tale processo è attivato dal binomio volto-paesaggio, inteso come contrapposizione fra interiorità ed esteriorità, anima e mondo, e svolge la stessa funzione chiarificatrice che è propria dei sogni. Il volto isolato, sospeso nel buio, rappresenta l'aspetto spirituale, immortale e intangibile, e tuttavia non estraneo all'amarezza dell'esistenza, resa attraverso tagli, screpolature, striature e altre interferenze visive, che tuttavia non sembrano turbare più di tanto la purezza dell'immagine aggredita, violata, eppure persistente, al punto da stagliarsi al di là delle ferite, fissata nell'espressione pacata di chi non ha ancora aperto gli occhi alla realtà o non ha più bisogno di vedere. In definitiva, la figura sembra trarre forza proprio da ciò che la indebolisce, per esprimere la piena accettazione di un'esistenza connotata dalla fragilità. Il paesaggio, reso attraverso immagini evanescenti, evoca il silenzio, che pone in relazione con l'essenza delle cose, e la solitudine, che segna tutti i momenti di passaggio che scandiscono il corso della vita ma permette di ritrovarsi.
Big stone.
Big stone.

Il Fai presenta il segno di Paolo Signorino



Il tavolo dei relatori.
Il tavolo dei relatori (foto: A. Fiore).
[Pubblicato su ROMA Cronaca di Salerno e provincia, 21 marzo 2013, p. 27.]
Si è tenuta ieri, presso la Sala Giunta di Palazzo S. Agostino, la conferenza stampa di presentazione degli eventi organizzati dalla Provincia di Salerno in occasione della “XXI Giornata FAI di primavera”. Sabato 23 e domenica 24 marzo si potranno ammirare le stanze decorate di Palazzo D'Avossa e la corte interna di Palazzo Pinto, impreziosita da un pregevole esempio di arco catalano. Nello stesso edificio, sede della Pinacoteca provinciale, è stata allestita la mostra “Paolo Signorino per Europa”, allestita da 
Floriana Gigantino e curata da Laura Del Verme ed Erminia Pellecchia, che ha moderato l'incontro.
Susy Camera d’Afflitto, delegato del FAI di Salerno, ha ricordato lo scopo della Fondazione: far conoscere alla collettività la bellezza e l'importanza del patrimonio artistico e ambientale italiano affinché si avverta la necessità di preservarlo per le future generazioni. Quest'edizione della Giornata FAI di primavera assume particolare rilievo per la presenza delle opere di Paolo Signorino, che si affiancano alla collezione permanente della Pinacoteca provinciale grazie alla disponibilità di Barbara Cussino, Dirigente provinciale del settore Musei e Biblioteche. Il Dirigente provinciale del settore Patrimonio Angelo Michele Lizio ha sottolineato in proposito il costante impegno della Provincia nell'assicurare le risorse per la riqualificazione di Palazzo Pinto, che hanno creato le premesse per la scoperta e la valorizzazione dell'arco catalano del XV sec. L'arch. Ruggiero Bignardi, curatore del restauro, ha ricordato brevemente lo stato del luogo interessato dal recupero, che tra Ottocento e Novecento venne a poco a poco inglobato da strutture più recenti a destinazione abitativa o commerciale, in seguito soggette a crolli. Solo grazie al coordinamento fra gli Enti proprietari dell'edificio, la Provincia e l'Azienda Ospedaliera Universitaria S.Giovanni di Dio e Ruggi d'Aragona, alla fine degli anni Novanta è stato reso possibile l'avviamento dei lavori.
Il senso della personale di Paolo Signorino – ha dichiarato Erminia Pellecchia – è racchiuso nell'attualità del messaggio, un richiamo all'unità e al riconoscimento della comune identità europea in un momento di crisi che non investe solo l'economia, ma anche il processo di integrazione. L'artista ha illustrato brevemente il percorso espositivo allestito per l'occasione, che comprende ritratti di letterati illustri, testimoni dell'unità europea, fra i quali Giacomo Leopardi, e un'originale rivisitazione del “Ratto d'Europa” di Luca Giordano.
Palazzo D'Avossa, l'altro edificio storico salernitano che verrà aperto al pubblico, si trova nel quartiere “dei Barbuti”, poco lontano dal Duomo. Già sede della Soprintendenza BAAPSAE, dal 2012 ospita alcuni uffici della Provincia di Salerno, proprietaria dei primi due piani. Famoso soprattutto per aver accolto personaggi illustri, tra i quali re Carlo III, Gioacchino Murat e Giuseppe Garibaldi, è importante soprattutto per il gusto neoclassico della decorazione pittorica al secondo piano e delle statue presenti nel cortile, fra cui un Dioniso costituito da due parti di copie romane di un capolavoro greco del V secolo a.C. Matilde Romito, dirigente provinciale del settore Mostre ed Eventi culturali, riferendosi a questi e altri pregi del complesso, ha sottolineato l'importanza di far conoscere e salvaguardare i beni culturali, che sarebbe più opportuno chiamare “eredità culturali”, facendo propria un'espressione di Philippe Daverio.
La Pinacoteca Provinciale e la mostra di Paolo Signorino saranno aperti sabato 23 e domenica 24, dalle 10,00 alle 13,00 e dalle 16,00 alle 19,30. Sabato 23 dalle 9.00 alle 10.00 l'ingresso sarà riservato alle scuole. Alle 17.30 di sabato 23 e alle 11.30 di domenica 24, sono previste visite guidate a cura del M° Paolo Signorino. Palazzo d'Avossa sarà visitabile sabato 23 e domenica 24, dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00. Dalle 9.00 alle 10.00 di sabato 23 l'ingresso sarà riservato alle scuole. Visite guidate da Matilde Romito alle 19,00 di sabato 23 e di domenica 24. L'arco catalano di Palazzo Pinto sarà visitabile sabato 23, dalle 17,00 alle 20,00. Alle 20,00 è prevista una visita guidata dall'arch. Ruggiero Bignardi. Alle 20,30 si terrà un concerto dell'"Enigma Ensemble". In tutti i siti interessati dalla manifestazione i visitatori saranno accolti dagli Apprendisti Ciceroni® dell'ISIS "Giovanni XXIII".
Paolo Signorino e Susy Camera D'Afflitto.
Paolo Signorino e Susy Camera D'Afflitto (foto: A. Fiore).

Il visibile in ascolto di Carlo Di Lorenzo



Palazzo D'Avossa (particolare).
Palazzo D'Avossa a Salerno (particolare).
Foto: A. Fiore.

[Pubblicato su ROMA, 20 marzo 2013, p. 27.]
Sabato sera presso le scuderie di Palazzo Genovese, in Largo Campo, a Salerno, è stata inaugurata la mostra di Carlo di Lorenzo "Visibile in ascolto", che propone venticinque piastre ceramiche lavorate a mano dall'autore presso la ditta Ceramiche Vietri Antico “Francesco De Maio”, recuperando e riformulando la tecnica delle antiche “riggiole”, le mattonelle in terracotta dipinta con smalti. Sono intervenuti Ermanno Guerra, assessore alla Cultura e Università del Comune di Salerno, e il curatore della mostra Marco Alfano.
«Questa mostra personale di Carlo di Lorenzo – annota Ermanno Guerra – testimonia l'amore incondizionato dell'autore per la città»: le opere esposte rappresentano «luoghi celebri, da S. Pietro a Corte al Duomo, dalla Rotonda alla chiesa dell'Annunziata, immagini dove emerge un'autentica passione “civile”, che sa riallacciare l’accento commosso dello sguardo dell'artista alla sapienza dello storico, che sa guardare con sensibilità ad una vicenda complessa e ricca come quella della nostra Salerno». L'assessore ha inoltre sottolineato il valore di sintesi dell'intero percorso artistico di Di Lorenzo assunto da questa esposizione, che si avvale dell'apporto di figure significative del panorama culturale salernitano: la ceramica De Maio, Segno Associati, che ha realizzato il catalogo, Federica D'Ambrosio, che ha ideato l'allestimento e, non ultimo, Marco Alfano.
I paesaggi costieri e gli scorci della città, rappresentati valorizzando il contrasto tra i colori vivaci e la superficie di terracotta volutamente lasciata libera, sembrano scaturire come delle apparizioni al di là di una densa colatura di smalto bianco, un intervento gestuale che conferisce il carattere dell'unicità a un prodotto tipicamente seriale.
«L'originalità della ricerca artistica di Carlo di Lorenzo – scrive Alfano nel catalogo che accompagna la mostra – non riguarda tanto l'aspetto figurale, concepito nei termini d'una concentrata gravitas, rivelandosi piuttosto nell'accostamento di un segno rigoroso alla contingenza del gesto pittorico dello smalto “colato” in modo da creare astratte figure sulla superficie grezza della terracotta; sembra quasi che tale luminosa durezza possa tramutarsi in un “argine” metaforico alle ondate dell’oblio, preservando la memoria dei luoghi, da sempre al centro degli interessi dell'autore; quasi che l'onda “esclusivamente” bianca della ceramica possa rappresentare un riparo ai preziosi e fragili sedimenti della nostra storia, destinata a subire le 'mareggiate' di un Tempo che s'abbatterà implacabile su di esse».
La mostra resterà aperta fino al 24 marzo 2013 ed è visitabile tutti i giorni dalle 18.30 alle 21.00.
Alcune opere di Carlo Di Lorenzo in mostra.
Alcune opere di Carlo Di Lorenzo in mostra (foto: A. Fiore).

Pèrec e il fantasma dell'identità. Il posto delle patate: il successo

di Gemma Criscuoli e Aristide Fiore

Foto di scena.
[Pubblicato su ROMA, 2 marzo 2013, p.27.]
Strofinare forsennatamente patate, spostarle da un recipiente all'altro, inchiodati a un rituale insensato, mentre si rincorre faticosamente il fantasma della propria identità tra brandelli di ricordi. È lo scenario che si presenta in uno dei migliori appuntamenti della rassegna Out of Bounds presso l'auditorium Sant'Apollonia, sostenuta dall'Officina teatrale LAAV e dalla Bottega San Lazzaro: Il posto delle patate di Georges Pèrec, in cui Rosi Giordano dirige la Compagnia Macroritmi (Maria Teresa Di Clemente, Maria Enrica Prignani, Monica Maroncelli, Marco Giustini e Adriano Rosani).
Le cinque figure in scena si trovano al guado tra l'assurdo indecifrabile dell'esistenza, che ingabbia e impone sentieri prefissati, fino a spingerli al parossismo di movimenti convulsi, meccanici, ripetitivi, e una concretezza libera di essere null'altro che se stessa, di cui il noto tubero è espressione. “Le patate sono cose concrete: si possono toccare” ripetono, invidiando ciò che è definibile e chiaro e sembra precluso alla loro condizione, alla quale cercano di sfuggire creando a turno narrazioni per ritrovare se stessi. Come le patate, sono diversi l'uno dall'altro, ma non abbastanza da evitare di confonderli (il pensiero corre alla borghesia). Ciò che dovrebbe liberarli li imprigiona ancora di più (“Siamo incastrati nei ricordi.”) e li isola, perché nessuno si riconosce fino in fondo in ogni racconto, che viene perciò interrotto e il narratore attaccato e messo a tacere. L'unico protagonismo che non viene messo in discussione è quello della patata, che diventa arma, oggetto di gioco, di dissertazione didascalica, di comizio politico e di performance canora, per sottolineare la distanza tra l'incerto (caratteri che non diventano personaggi) e il certo, che può essere però sinonimo di morte, come mostra il materiale affastellato sullo sfondo: cappelli, ombrelli, abiti, bricchi, scarpe e altri oggetti d'uso quotidiano, che creano la grottesca scenografia dell'assodato.
Dinanzi all'impossibilità di avanzare in una qualsiasi direzione, sottolineata da dialoghi surreali (“Ma siamo dentro o fuori?” “Fa lo stesso.” “Siamo dall'altra parte.”) non giova neppure cercare di capire chi siano (e se ci siano) gli altri, qualcuno che osserva, che sa qualcosa di più.
Nel tentativo di superare l'impasse, ricorrono a qualcosa che li ponga al riparo dall'incoerenza, e si ritrovano a recitare l'Amleto, vissuto fino in fondo perché, in quanto storia inventata, deve necessariamente arrivare a una conclusione. Quest'ultima soluzione non è però una via d'uscita: l'unico esito è il ritorno alla situazione iniziale.

venerdì 24 maggio 2013

Silvia Venturi al MARTE

Senza titolo (pelle).
Senza titolo (pelle), 2006-2008 (Foto: A. Fiore).
Scultura in ferro.
Scultura in ferro, 2005-2006
(foto: A. Fiore).
Scultura in ferro.
Scultura in ferro, 2005-2006
(foto: A. Fiore).
Reduce da importanti successi nazionali e internazionali, fra i quali la partecipazione alla 54a Biennale di Venezia, dal 27 aprile al 19 maggio 2013 Silvia Venturi ha proposto al MARTE di Cava de' Tirreni la personale dal titolo "Forme segrete, materie leggere", a cura di Ada Patrizia Fiorillo, in collaborazione con Linda Gezzi e Maria Letizia Paiato. Le sculture e le installazioni esposte sono nate da un attento studio delle potenzialità espressive dei materiali. Fotografie, piante secche, bustine di tè, ali d'insetti e altro ancora sono gli elementi di opere che, anche quando sono di grande formato, inducono a soffermarsi sui dettagli, sempre ricchi di
Senza titolo (pelle).
Senza titolo (pelle), 2009 (foto: A. Fiore).
allusioni alla caducità dell’esistenza, il cui mistero potrebbe celarsi proprio in quegli aspetti che si è soliti ritenere effimeri, transitori. La stretta relazione tra
impermanenza e inconsistenza sembra aver suggerito il tema di questo allestimento: la leggerezza, evocata ora da grandi sculture dai contorni appena accennati mediante esili fili metallici, ora da sottili membrane, come in “Senza titolo (pelle)” (2009), realizzata assemblando pezzi di collant e tesa su una parete in modo da ottenere una figura biomorfa. “Farfalle”, che occupa un'ampia superficie, è costituita da centinaia di bustine di tè, ognuna delle quali reca impressa a stampa l'immagine di una farfalla dalla testa umana. Basta un soffio, un alito di vento o il semplice
Senza titolo (corvi).
Senza titolo (corvi), 2006 (foto: A. Fiore).
passaggio accanto a questa installazione per farla fremere. Volti ritagliati da vecchie fotografie e applicati a disegni inclusi in vaschette di latta e coperti di paraffina sono gli elementi della serie di piccoli quadri “Senza titolo (Corvi )” del 2006, nella quale il senso di precarietà è trasmesso dalla stessa immagine, appena visibile, imprigionata com'è fra il metallo e la spessa coltre semitrasparente e graffiata. Un analogo contrasto si ritrova anche in “Senza titolo (Ruggini)” del 2006-07, serie di assemblages di latta arrugginita e parti di insetti: queste ultime riescono a ingentilire l'aspetto dei rottami senza tuttavia rompere l'atmosfera di decadenza carica di nostalgia che li avvolge. E se all'idea della leggerezza si affianca il concetto
Senza titolo (ruggini).
Senza titolo (ruggini), 2006-2007 (foto: A. Fiore).
affine della fragilità, si possono raggiungere effetti di intenso lirismo. È il caso di “Senza titolo (Alberi)”, del 2013, piantine secche protette da recipienti di vetro capovolti: elementi semplici che invitano alla riflessione sulla vita e sui suoi delicati equilibri.
Senza titolo (alberi).
Senza titolo (alberi), 2013 (foto: A. Fiore).