sabato 14 dicembre 2013

Il segno di Ernesto Terlizzi si realizza a Tel Aviv

Di Aristide Fiore
Invito.
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 13 dicembre 2013, p. 10.]
Ernesto Terlizzi è uno dei trentasei artisti contemporanei italiani che espongono le proprie opere al Beit Ha'ir Museum di Tel Aviv dal 17 ottobre 2013 al 16 gennaio 2014, in una mostra dedicata al libro d'arte e d'artista organizzata dallo Studio S – Arte Contemporanea di Roma per l’Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv, nel contesto della XIII Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia in Israele e sotto l’Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica. Alle opere contemporanee è affiancato l'Ebdomero di Giorgio De Chirico (1888-1978), un capolavoro della letteratura italiana del Novecento che proietta il lettore nell'universo del padre della pittura metafisica, il movimento al quale si ispirarono inizialmente anche i surrealisti. Non a caso questo romanzo autobiografico, apparso per la prima volta in Francia nel 1929 senza illustrazioni, fu definito da Jean Cocteau “il più importante testo letterario del mondo surrealista”. Si tratta dunque di una pregevole testimonianza dell'uso del libro come canale di diffusione della letteratura, il quale pertanto soddisfa perfettamente le finalità della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, che dal 2001 viene celebrata ogni anno nella terza settimana di ottobre dalle Ambasciate, dai Consolati e dagli Istituti Italiani di Cultura all’estero per promuovere la conoscenza dei valori civili, storici e culturali espressi attraverso la nostra lingua nazionale. La stessa opera, presente in mostra nell'edizione del 1972, pubblicata da Carlo Bestetti Edizioni d’Arte in Roma, con testo tradotto dall’originale francese dall’autore stesso e le ventitré litografie che realizzò espressamente per quest'opera, insieme ai trentasei libri d’artista, rappresenta efficacemente anche l'altro aspetto del libro che l'esposizione intende sottolineare, ovvero il suo ruolo di oggetto/soggetto d’arte, testimone dell'evoluzione dei linguaggi espressivi dal XX secolo ai giorni nostri. Queste “opere d’arte in forma di libro”, secondo la felice definizione di Loredana Rea, tutte firmate da artisti contemporanei, alcune delle quali appositamente commissionate a esponenti di generazioni e tendenze diverse, sono dedicate a un soggetto specifico: il libro stesso. Realizzate non soltanto con materiale cartaceo, ma anche con i mezzi più svariati, insoliti e eterogenei, dalla creta al gesso, dalla paglia al tessuto e così via, costituiscono una sfida alla creatività e spaziano dal dramma al passatempo, dalla ricerca estetica al concettuale, dal minimalismo al kitsch, dall’impegno politico e sociale all’ecologia, dal testo letterario all’installazione. Nel perseguire il proprio scopo, gli autori si sono avvalsi di tutti i mezzi di riproduzione, dalle più raffinate tecniche incisorie alla fotografia, fino alla sperimentazione col computer.

Ernesto Terlizzi - Libro d'artista.
Ernesto Terlizzi - Libro d'artista.
Le visioni che si susseguono nel libro di Terlizzi, una vera e propria rassegna in miniatura dell'originale linguaggio formulato dall'artista, concorrono a esaltare le potenzialità tattili e percettive di questo medium attraverso la loro superficie ruvida e la combinazione suggestiva di segni grafici, intagli, inserti polimaterici che richiamano, con la loro schietta presenza, la concretezza di idee e riferimenti dei quali, fin dalle origini, il libro è stato ed è tuttora veicolo. Il dialogo tra segno e materia, modulato dall'equilibrio calibrato della composizione, allude a un senso ultimo, che risiede al tempo stesso dentro e oltre la pagina.

domenica 8 dicembre 2013

L'Amigdala nell'immaginario di Arianna Catania

Di Aristide Fiore
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 3 dicembre 2013, p. 9.]
L'amigdala (mandorla In latino) è
una parte del cervello che gestisce le emozioni presenti e passate. Da qui l'idea di assumerla come ideale tratto d'unione della personale di Arianna Catania, presso la sede dell'associazione culturale Art.Tre. Le immagini della fotografa siciliana costituiscono infatti altrettanti snodi intercambiabili di un flusso di emozioni suscitate dalla contemplazione delle ferrovie abbandonate della terra natia, assunte come metafora della vita, sospesa com'è tra attaccamento al passato, alle proprie radici, e attrazione per un altrove immaginario, proiettato nel futuro.
Nascono da queste premesse l'impulso a cercare segni di vita in oggetti e luoghi dimenticati, individuandola in fiori e arbusti cresciuti su binari morti, e il tentativo di ravvivare stazioni deserte e campi desolati percorsi da strade ferrate con grappoli di palloncini rossi o con altri materiali di identico colore, in un gioco al quale a volte prende parte la stessa autrice, colta in pose che esprimono un senso di attesa o lo slancio della partenza, contrapposto alla stasi della linea ferroviaria dismessa, che tuttavia non va confusa con la stabilità.
Lo dimostra, con la forza lapidaria di un rebus, un polittico con tre vagoni e una casetta in posizioni sbilenche, accomunati da un senso di precarietà.
In altri scatti viene posto l'accento sull'assenza, fino a assumere come surrogato della figura umana le leve di uno scambio, su una delle quali è poggiato un cappello da capostazione. La memoria della vita che animava quei luoghi di transito ne permea ancora l'atmosfera. Così una galleria senza più rotaie, un tratto di binario semisepolto nel terreno brullo, toilette, sale d'aspetto e altri locali di servizio di stazioni deserte diventano lo scenario ideale per un gioco di contrasti mediante il quale ritrovare la gioia dell'originario legame con la terra: una sedia posta sui binari davanti a una stazione contraddice qualsiasi idea di movimento; un tronco poggiato di traverso sulle rotaie, che costringerebbe un treno vero a fermarsi, viene invece scavalcato da una locomotiva giocattolo; un cumulo di macerie sormontato da una valigia rossa davanti a un vecchio edificio allude a una speranza di riscatto.

mercoledì 4 dicembre 2013

La personale di Damiano Durante a Palazzo Genovesi

Di Aristide Fiore
The Last Words.
The Last Words.
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 02-12-2013, p. 13.]
La mostra personale di Damiano Durante a cura di Marco Alfano, ospitata nelle scuderie di Palazzo Genovese, presenta una scelta di dipinti a olio su tela in stile iperrealista, incentrata su un'opera di grande formato, “The Last Words”: un Cristo morente a grandezza quasi naturale su una croce di luce; un'immagine potente che evoca con immediatezza le ultime parole con le quali si conclude la Passione e che vuole alludere al ruolo della pittura nel panorama artistico contemporaneo. È la riproposizione “inattuale” di una tecnica antica, tramite la quale Durante si riserva “l'ultima parola” in un'ideale polemica con un fare arte che troppo spesso si basa esclusivamente sulla provocazione fine a se stessa. Che si tratti di un'opera simbolica, più che religiosa, lo si deduce dall'aspetto della figura, delineata con estrema precisione e naturalezza, dalla quale non traspare alcun indizio di trascendenza. A una società che nel complesso tende a escludere il divino dal proprio orizzonte si offre l'immagine disarmante del corpo nell'atto finale della sua esistenza, simbolo di una bellezza effimera e tuttavia, in qualche modo, immortale. Ed è sempre il corpo, che in molte delle nature morte esposte in questo allestimento dialoga con gli oggetti attraverso contrasti o assonanze fra forme o colori, in composizioni formulate a partire dalla fotografia, ma tendenti all'astrazione, dove la vera protagonista è la luce, che, giocando con le superfici naturali e artificiali, crea un'atmosfera magica, raccolta. Dal calore sensuale della carne illuminata da candele o raggi di sole, al riverbero di luci fredde in vetri e liquidi variamente colorati, la nettezza del tocco di Durante si manifesta in una varietà di registri che danno luogo a combinazioni sempre sorprendenti. Nelle opere che pongono in relazione grandi fiori e sessi maschili o femminili, dissimulati attraverso il gioco di riflessi e trasparenze di portafiori di vetro, Alfano ravvisa l'eco di certe opere di Mapplethorpe: riconoscein esse un retaggio dei sui soggiorni negli Stati Uniti: una componente non marginale del percorso dell'artista, che questa esposizione intende illustrare, caratterizzandosi come summa di tutta la sua opera.

lunedì 2 dicembre 2013

La commedia di Mino Maccari al "Catalogo"

Di Aristide Fiore
La commedia sul ponte - 1951.
La commedia sul ponte - 1951.
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 2 dicembre 2013, p. 13.]
Con la mostra "Mino Maccari – La Commedia nell'Arte", aperta al pubblico fino a sabato 30 novembre 2013, la galleria “Il Catalogo“ di Lelio Schiavone e Antonio Adiletta ha inaugurato la sua 46ª stagione espositiva, proponendo oltre trenta opere, tra rari e inediti, del grande pittore, incisore e illustratore senese. Per celebrare la lunga collaborazione dell'artista con la galleria salernitana di via De Luca, è stata presentata una selezione tratta dalle opere che esposte la scorsa estate nel Palazzo Mediceo di Seravezza, che rappresentano la sua produzione artistica compresa tra il 1920 e il 1978.
Crepuscolo dell'astrattismo - 1964.
Crepuscolo dell'astrattismo - 1964.
Unendo all'attività artistica anche quella letteraria, come scrittore e giornalista, Maccari (1898-1989) è stato uno degli esponenti più importanti della cultura italiana del Novecento. I suoi primi tentativi di pittura e incisione risalgono al 1920 e lo portarono al debutto con il Gruppo Labronico. Nel 1924 divenne illustratore per la rivista Il Selvaggio (1924-1943), organo del movimento letterario di Strapaese, che dal punto di vista grafico si rifaceva alla tradizione satirica dell'Ottocento francese (Daumier e altri): le xilografie e le incisioni di Maccari erano accompagnate da didascalie umoristiche.
Personaggi - 1965-70.
Personaggi - 1965-70.
Patriottismo e valorizzazione del territorio nazionale e delle tradizioni culturali si sposavano dunque con la graffiante satira sociale di Maccari, che dalla linearità del tratto e dall'immediatezza popolare, caratteristiche degli esordi, passò ben presto a un segno inquieto, aspro, di sapore espressionista, che riproponeva in un'inconfondibile interpretazione personale alcuni spunti tematici tratti da artisti come Grosz e Ensor e certe suggestioni figurative mutuate dal cinema di Stroheim: sono questi gli elementi fondamentali dello stile di Maccari, che in pittura si arricchisce di toni cromatici violenti, perfezionando l'esito spesso grottesco dell'opera grafica. È nata così la sterminata rassegna di tipi umani che costituisce l'intera opera dell'artista toscano: soldati, uomini d'affari, avvocati, preti, uomini qualunque e soprattutto donnine, tutti gli interpreti del teatro del mondo, animato da contrasti insanabili.

Cavalcata - 1938.
Cavalcata - 1938.
L'ostentazione dell'eccesso, il carattere liberatorio di una figurazione che sembra rasentare l'oscenità nasconde in realtà una vena malinconica: l'irrisione feroce di una società corrotta e corruttibile, irrimediabilmente sfigurata dal vizio e dal malcostume, rivela pur sempre un'umanità dolente, che reagisce come può alle proprie frustrazioni e inquietudini e quindi merita uno sguardo profondo, non privo di una certa empatia. Del resto anche le pagine de Il Selvaggio, sebbene ostentassero uno spirito canzonatorio, beffardo, si ispiravano a riferimenti culturali attualissimi, che si rivelarono soprattutto a partire dal 1926, quando l'artista ne assunse la direzione, affrancando il periodico dalla politica e rimarcandone il carattere artistico-letterario, secondo una linea che sviluppò anche attraverso la collaborazione ad altri importanti riviste, come “L’Italiano”, “Omnibus” e, dopo la guerra, “Il Mondo”.

sabato 23 novembre 2013

La faglia della morte: Marzano, Carpineta e Cervialto

Di Aristide Fiore
La traccia del  terremoto dell'Irpinia del 1980 registrata dal sismografo.
La traccia del  terremoto dell'Irpinia del 1980
registrata dal sismografo.
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, sabato 23 novembre 2013, p. 17.]
Alle 19,34 di domenica 23 novembre 1980 una forte scossa, durata circa 90 secondi, colpì la Campania centrale e la Basilicata centro-settentrionale. Il sisma, con epicentro situato tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania, aveva una magnitudo di 6,8 gradi Richter e causò circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti. Nel complesso, fu interessata un'area 17.000 mq, estesa dall'Irpinia al Vulture, fra le province di Avellino (103 comuni), Potenza (45) e Salerno (66). I comuni più colpiti, in alcuni casi pressoché distrutti, come nel caso di Sant'Angelo dei Lombardi, furono quelli di Castelnuovo di Conza, Conza della Campania, Laviano, Lioni, Senerchia, Calabritto e Santomenna. Fra i numerosi episodi tragici connessi all'evento, destò particolare emozione il crollo della chiesa di S. Maria Assunta a Balvano, nel potentino, avvenuto durante la messa serale. Gli effetti del terremoto si manifestarono tuttavia in un'area molto più vasta, corrispondente grosso modo al centro-sud della penisola, e coinvolsero circa sei milioni di abitanti. Molte lesioni e crolli si ebbero anche a Napoli e in altre province campane.
La reale gravità del sisma non venne valutata subito, a causa dell'interruzione totale delle telecomunicazioni. Soltanto le ricognizioni aeree effettuate la mattina seguente permisero una stima preliminare. Alle stesse autorità occosero diversi giorni per effettuare il computo delle vittime e dei danni.
Secondo l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) il movimento tellurico fu provocato da tre distinti fenomeni di rottura, che si verificarono, in rapida successione, lungo differenti segmenti di faglia (frattura della crosta terrestre, caratterizzata dallo spostamento reciproco delle due parti separate), situati sotto i monti Marzano, Carpineta e Cervialto. Il conseguente spostamento delle superfici della faglia determinò la formazione di una scarpata osservabile per circa 35 chilometri. Ulteriori studi hanno dimostrato che quella stessa faglia ha già generato altri terremoti della stessa entità di quello del 1980, all'incirca ogni 2000 anni.
Gli effetti della scossa, corrispondenti, nelle zone più colpite, al decimo grado della scala Mercalli, furono aggravati dal cattivo stato del parco edilizio e dal ritardo dei soccorsi, ostacolati dal cattivo stato delle infrastrutture e non ancora coordinati da un'apposita organizzazione, come la Protezione Civile, che sarebbe stata istituita in seguito. I primi aiuti alle popolazioni colpite furono dovuti in molti casi all'iniziativa spontanea di moltissimi volontari che si lanciarono in un'eroica gara di solidarietà, spesso privi di mezzi quasi come coloro che intendevano soccorrere. Si potè contare anche su molti aiuti internazionali, sia economici sia logistici, provenienti soprattutto da Stati Uniti e Repubblica Federale Tedesca. Ciononostante la ricostruzione fu, nel complesso, lentissima e divenne spesso un pretesto per speculazioni, basate soprattutto su un ipotetico rilancio industriale in aree inidonee, e elargizioni ingiustificate di fondi pubblici. La sistemazione dei senzatetto in alloggi prefabbricati fu completata nel giro di alcuni mesi, con tempi oggi impensabili, e per molti la definitiva assegnanzione di alloggi in muratura comportò un'attesa pluridecennale, come nel caso del famoso “Villaggio dei puffi”, l'emblematico agglomerato di prefabbricati pesanti situato nella zona orientale di Salerno, in via Marchiafava, che fu smantellato soltanto nel dicembre del 2003, dopo essere entrato di diritto nella memoria collettiva.
Il danno economico derivato dalla catastrofe fu ingentissimo: secondo una recente stima del giornalista Sergio Rizzo, attualizzata al 2010, il loro ammontare supererebbe i 66 miliardi di euro. Agli ingenti danni al patrimonio edilizio si aggiunse la scomparsa di una notevole quantità di attività produttive, con la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro.

Anche il mondo dell'educazione e della cultura riportò notevoli ferite: per quanto riguarda la città di Salerno, basti pensare alla notevole riduzione del numero di aule scolastiche, dovuta sia all'inagibilità degli edifici scolastici sia all'occupazione degli stessi da parte di alcune famiglie sfollate. La chiusura del Teatro Giuseppe Verdi, gravemente dannegiato, si protrasse per circa quattordici anni, fino all'inaugurazione del 1994, in occasione della quale si tenne un concerto dei Solisti Veneti che, unitamente alle celebrazioni del cinquantenario di "Salerno Capitale d'Italia", simboleggiò la rinascita della città e del suo retroterra.

venerdì 22 novembre 2013

L'Era Glaciale. Innesti... Maestosi

Di Aristide Fiore
"Innesti - L'uomo che verrà".
"Innesti - L'uomo che verrà".
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, mercoledì 20 novembre 2013, p. 16.]
Fino all'8 dicembre 2013, la Pinacoteca provinciale di Salerno ospiterà la personale di Danilo Maestosi intitolata “L’era glaciale. Innesti”, a cura di Alfio Borghese ed Erminia Pellecchia. Organizzata dall’associazione “Amici dei Musei”, presieduta da Vincenzo Monda, la mostra, che consta di venticinque dipinti recenti, tutti oli su tavola, è stata realizzata con il patrocinio della Provincia di Salerno-Assessorato ai beni culturali e al patrimonio e la disponibilità della Direzione dei musei e biblioteche provinciali, ed è stata concepita sia come riproposizione del ciclo presentato la scorsa estate al Palazzo delle Arti di Frosinone sia come anteprima dell’allestimento previsto al Vittoriano di Roma, la prossima primavera.
In queste opere si avverte il fremito di forme ansiose di liberarsi dalla gelida stasi di uno sfondo bianco: un “colore di gestazione”, che conserva il carattere dello stadio indefinito che precede ogni creazione; il colore dell'era glaciale, secondo Kandinsky, prigione e culla di forme. Le ere glaciali, a modo loro, sono state feconde. Hanno unito i continenti e permesso di colonizzare nuove terre: innesti di popoli, che hanno dato origine a nuove civiltà. Maestosi ha esplorato la distesa glaciale, ne ha scrutato la trasparenza, ha individuato i segni di vite passate che vi si celavano e, a partire da questi, procedendo appunto per “innesti”, ha ricostruito storie e risorse interiori destinate ad accompagnare “L'uomo che verrà” (il titolo emblematico di uno dei dipinti), al quale spetterà il compito di ricominciare quando il ghiaccio si sarà sciolto. Si tratta di un'eredità spirituale, veicolata tramite un messaggio di speranza che si propaga attraverso le vibrazioni ora sommesse ora potenti di colori vivaci, rese addirittura tangibili da tagli, sovrapposizioni, vergature che rivelano un uso sapiente, accuratamente calibrato, della spatola.

Gli innesti richiedono tagli netti, che fendono i tessuti con decisione senza tuttavia risultare letali, ma determinando l'avvento di una nuova vita. Allo stesso modo l'artista ha voluto reagire alla perdita di riferimenti che caratterizza l'odierna società, della quale spesso anche l'arte si è resa complice, arroccandosi in molti casi dietro l'autoreferenzialità. Rompendo con la luce e il colore la lastra di ghiaccio che separa la memoria dalla contemporaneità, Maestosi ha approfittato dell'“Autunno per imparare a volare” (altro titolo altamente evocativo) e ha riscoperto la capacità di stupirsi, di interrogarsi, di cercare possibili risposte che siano utili a costruire il nuovo.

mercoledì 13 novembre 2013

Il gruppo speleologico salernitano nell'underground del ravennate

di Aristide Fiore

Il logo della manifestazione.
[Pubblicato su Le Cronache del Salernitano, venerdi 8 novembre 2013, p. 9.]

Una rappresentanza del Gruppo Speleologico CAI Salerno ha partecipato all'Incontro Internazionale di Speleologia “Casola 2013Underground”, che si è svolto dal 30 ottobre al 3 novembre 2013 a Casola Valsenio, in provincia di Ravenna.

La speleologia, ovvero l'esplorazione di cavità naturali e artificiali, è un'attività nel contempo sportiva e culturale, che in Italia è praticata da circa 5.000 persone e abbraccia diversi campi del sapere. Gli speleologi, definibili essenzialmente come geografi del sottosuolo, ampliano spesso il loro raggio d'azione offrendo la propria collaborazione a ricercatori o enti preposti al governo e alla tutela del territorio, oppure proponendo iniziative didattiche e divulgative rivolte a un pubblico generico, a scuole e ad altre organizzazioni educative, come i gruppi scout e i gruppi di alpinismo giovanile del CAI.

Fondato nel 1989, nella sezione del Club Alpino Italiano di Salerno, il G.S.CAI SA è attivo soprattutto nella provincia di appartenenza, ricchissima di fenomeni carsici sia profondi sia superficiali. Fra i traguardi più significativi vale la pena ricordare le esplorazioni condotte nella Grotta dello Scalandrone (Giffoni Valle Piana) col Gruppo Speleologico CAI Napoli, nella Grotta Vado a Bracigliano, nelle Miniere di ittiolo di Giffoni Valle Piana e nella Miniera di lignite presso Acerno. Il Gruppo si è reso anche protagonista di interventi di bonifica ambientale, come il recupero di rifiuti nell'Inghiottitoio del Bussento, presso Caselle in Pittari, anch'esso effettuato in collaborazione col G.S. CAI Napoli. Ha inoltre contribuito alla diffusione della pratica speleologica nel nostro territorio, mediante l'organizzazione di ventitrè corsi di introduzione alla speleologia e molti dei suoi componenti si sono avvicendati nel Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico del CAI.

Ciro Bello (seduto su un masso)
 dopo l'escursione nell'Abisso Garibaldi.
La delegazione salernitana partita alla volta di Casola Valsenio era composta da Ciro Bello, Serena Bloise, Luca Campanile, Francesco Cosentini, Aristide Fiore, Rossana Graziano, Antonia Landi, Mario Petrosino, Sergio Santomauro e Vincenzo Sessa.

L'obiettivo principale della manifestazione, che quest'anno ha annoverato 3.539 partecipanti, molti dei quali provenienti da altri paesi europei, era la rappresentazione del mondo sotterraneo come parte integrante, sebbene meno visibile, del territorio. Basti pensare che quasi il 60% dell'acqua che utilizziamo o beviamo proviene da acquiferi carsici.

Gli speleologi salernitani hanno assistito alla presentazione di innovazioni tecniche e nuove scoperte. Alcuni di essi hanno partecipato a escursioni guidate nelle grotte della Vena del Gesso romagnola, un'importante area carsica dell'Appennino faentino: Ciro Bello si è cimentato nella discesa nell'Abisso Garibaldi, mentre Bloise, Fiore e
Bloise, Fiore & Petrosino: sosta al Collettor
e nell'Inghiottitoio a ovest di Ca' Siepe.
Petrosino hanno effettuato una traversata di circa 900 metri nel sistema dell'Inghiottitoio Ca' Siepe. Entrambe le grotte sono considerate molto impegnative, essendo costituite essenzialmente da cunicoli piuttosto stretti alternati a pozzi.
Il G.S. CAI SA aveva già operato nei gessi nel 1991, in occasione di una campagna esplorativa presso Agrigento. Non avendo coinvolto tuttavia le stesse persone, le visite alle grotte casolane, così diverse da quelle nostrane, formatesi nei calcari e caratterizzate in genere da uno sviluppo prevalentemente verticale e volumi più ampi, si possono ugualmente considerare una novità nell'attività del sodalizio campano.