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Di Aristide
Fiore
[Pubblicato su Le
Cronache del salernitano, 14 aprile 2014, p. 12.]
A un secolo dallo
scoppio della Grande Guerra, otto artisti sono stati invitati dal
critico d'arte Marcello
Francolini
a indagare l'inconscio collettivo per indurre il pubblico a
riflettere sui possibili ricorsi di quel fatale 1914 che sconvolse
l'Europa e non solo. La
collettiva allestita nella Pinacoteca Provinciale di Salerno in
collaborazione con la Fornace Falcone invita a reinterpretare il
modo di concepire l'esserci, l'essere nel mondo. Per Francolini
e gli
otto artisti in mostra «non
è con le labili barriere d’una presunta scientificità o d’una
presunta logicità degli eventi o dei giudizi, che l’uomo potrà
difendersi dall’assalto dell’irrazionale, dell’onirico,
dell’inconscio; anzi è accettando la condizione di instabilità
e indeterminatezza, che potrà farsi strada una concezione del
mondo che attinga maggiore forza e maggiore chiarezza proprio
dalla constatazione del potere di “un pensiero per immagini”».
Sono state dunque formulate otto proposte di “mediazione
possibile” tra storia e vita, memoria e percezione, che
potrebbero essere riferite a due filoni principali.
Il rischio di
perdere il senso del mondo o la percezione di sé – e l'invito
implicito a evitare tale perdita – è il tema che accomuna le
opere proposte da Antonella Pagnotta,
Pasquale
Napolitano
e Lucio Afeltra.
“La
radura” di Pagnotta è in realtà un non-luogo, individuato
mediante la dimensione contraddittoria di una “disfunzione
prospettica”, che induce l'osservatore a concentrarsi sull'unica
certezza: il corpo, rappresentato dall'enigmatica figura,
incastonata tra quinte illusorie al centro del dipinto. Quanto sia
facile intraprendere il percorso contrario, lasciarsi illudere dal
fascino della tecnologia a discapito della percezione della
dimensione umana, lo dimostra la fantasmagoria di luci della
videoinstallazione di Napolitano
(“Appunti
per uno spazio in cinque tempi”), mentre il grande pannello
polimaterico di Afeltra
(“Da
sere... orto”) rappresenta un disperato tentativo di aggrapparsi
al reale, a una ordinarietà agognata ma sfuggente, la cui
persistenza, nonostante tutto, si manifesta con decisione nelle
immagini di Antonella Gorga
e in quelle,
immediate ma non banali, di Dario
di Sessa.
Altro
tema fondamentale è la memoria. Se è vero che la storia la
(ri-)scrivono i vincitori, anche il vissuto di coloro che sono
stati coinvolti a vario titolo dagli eventi fonda la sua integrità
su equilibri precari. È questo il senso di “Tabularasa”
di Vittorio
Pannone.
Il carattere monumentale del segno viene contraddetto dallo stesso
materiale con il quale è realizzato: nel supporto di cartone si
intravede la vertigine dell'effimero, dell'appoggio malfermo.
Finché il ricordo dura, occorre adoperarsi tuttavia affinché
superi le barriere innalzate per superare il lutto e diventi
utilizzabile, a beneficio dei sopravvissuti e dei posteri; magari
facendo ricorso a qualche espediente, che ne attenui il potenziale
ritraumatizzante. Le installazioni di Angelo
Marra,
quasi dei totem atti a rappresentare due aspetti della tragicità
della guerra (“Cara mamma” e “La miseria più nera”),
sembrano guardare al dolore con distacco; a esse fanno da
controcanto i tre dipinti su cartone dello stesso autore (“Poi
la guerra è finita”, “Un angelo al buio”, “Senza
titolo”), mediante i quali egli tenta invece di affrontare
l'indicibile, lasciando fluire sensazioni e ricordi attraverso
segni apparentemente poco organizzati, quasi infantili: è una
sfida alle false certezze, che preludono alle peggiori avventure.
Nelle
immagini fotografiche di Pio Peruzzini,
invece, la memoria storica di un tratto paesaggistico simbolico –
le doline del Carso – veicolata attraverso la morfologia
organica – gli occhi di pesce – si trasforma in monito.
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mercoledì 16 aprile 2014
Tra la storia e la memoria
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venerdì 11 aprile 2014
L'arte cucita di Virginia Franceschi
Di Aristide Fiore
[Pubblicato su Le Cronache del salernitano, 6 aprile 2014, p. 9.]
La definizione di un nuovo rapporto tra arte, spazio e ambiente è lo scopo della ricerca di Virginia Franceschi, i cui traguardi più recenti sono esemplificati nella mostra Punti di Sospensione, visitabile a partire da venerdì 4 aprile 2014 a Salerno, presso Linee Contemporanee, in collaborazione con la Fornace Falcone.
Il tratto comune dell'intera produzione artistica di Franceschi è l'unione: di materiali, culture, poetiche e, in definitiva, anche di persone. Grande esperta di cucito, concepisce le sue composizioni mediante l'accostamento di tasselli colorati in tessuto di vario aspetto e consistenza (cotone, lino, seta ecc.), spesso sfilati o arricchiti da ricami e rifiniti con l’aggiunta di elementi diversi: cordoncini, fili, nastri, frammenti di ceramica, bottoni, paillettes; materiali raccolti e riutilizzati efficacemente. Così come i tessuti, scelti accuratamente dall'artista tra le antiche stoffe di famiglia e nei mercatini dell’usato o durante i suoi viaggi in Francia, in Turchia, in Marocco, in Uzbekistan e, ultimamente, in Etiopia, dove, ospite di una missione cattolica, ha insegnato alle donne i rituali poetici del cucito, attività svolta da sempre esclusivamente dagli uomini e ritenuta una semplice abitudine, connotata da una certa ripetitività. Il risultato di tutte queste esperienze combina la poetica dadaista dei “ready-made”, ovvero la riconversione di oggetti di uso quotidiano in opera d’arte, e degli “objets trouves” con la scultura cinetica inaugurata dai “mobiles”, le sculture mobili di Alexander Calder. Le sospensioni sensibili di Virginia Franceschi, realizzate con rami contorti recuperati sulle spiagge del Cilento, insieme a bottiglie di plastica, giocattoli rotti, reti metalliche e altri materiali d'ogni genere trasportati dal mare, coniugano la critica del ciclo economico basato sul consumismo all'invito all'adozione di stili di vita sostenibili, espresso dalla rivalutazione di oggetti scartati e rafforzato dal riferimento materiale e estetico a culture e civiltà “altre”, offerte implicitamente come esempio, che sono rappresentate dai tessuti di provenienza esotica. Si inserisce pienamente in questo filone la nuova serie di cuscini, realizzati con fantasiose stoffe di provenienza orientale e rifiniti con decorazioni e interventi artistici, che in questo allestimento, curato da Maria Giovanna Sessa, sono sospesi in colorati grappoli oscillanti sui sofisticati divani dello show room. Alcuni di essi, impreziositi da accurati ricami, sono opera di Carla Oliva, artista dell’ago e membro del laboratorio di cucito creativo “Agoscrittura”, presso il quale Virginia Franceschi riunisce donne accomunate dalla passione per questa disciplina, la cui pratica riesce a sortire anche effetti benefici e perfino terapeutici.
La mostra sarà aperta al pubblico fino al 26 aprile 2014, tutti i giorni dalle 9.00 alle 20.00.
| Virginia Franceschi tra le sue opere. |
La definizione di un nuovo rapporto tra arte, spazio e ambiente è lo scopo della ricerca di Virginia Franceschi, i cui traguardi più recenti sono esemplificati nella mostra Punti di Sospensione, visitabile a partire da venerdì 4 aprile 2014 a Salerno, presso Linee Contemporanee, in collaborazione con la Fornace Falcone.
Il tratto comune dell'intera produzione artistica di Franceschi è l'unione: di materiali, culture, poetiche e, in definitiva, anche di persone. Grande esperta di cucito, concepisce le sue composizioni mediante l'accostamento di tasselli colorati in tessuto di vario aspetto e consistenza (cotone, lino, seta ecc.), spesso sfilati o arricchiti da ricami e rifiniti con l’aggiunta di elementi diversi: cordoncini, fili, nastri, frammenti di ceramica, bottoni, paillettes; materiali raccolti e riutilizzati efficacemente. Così come i tessuti, scelti accuratamente dall'artista tra le antiche stoffe di famiglia e nei mercatini dell’usato o durante i suoi viaggi in Francia, in Turchia, in Marocco, in Uzbekistan e, ultimamente, in Etiopia, dove, ospite di una missione cattolica, ha insegnato alle donne i rituali poetici del cucito, attività svolta da sempre esclusivamente dagli uomini e ritenuta una semplice abitudine, connotata da una certa ripetitività. Il risultato di tutte queste esperienze combina la poetica dadaista dei “ready-made”, ovvero la riconversione di oggetti di uso quotidiano in opera d’arte, e degli “objets trouves” con la scultura cinetica inaugurata dai “mobiles”, le sculture mobili di Alexander Calder. Le sospensioni sensibili di Virginia Franceschi, realizzate con rami contorti recuperati sulle spiagge del Cilento, insieme a bottiglie di plastica, giocattoli rotti, reti metalliche e altri materiali d'ogni genere trasportati dal mare, coniugano la critica del ciclo economico basato sul consumismo all'invito all'adozione di stili di vita sostenibili, espresso dalla rivalutazione di oggetti scartati e rafforzato dal riferimento materiale e estetico a culture e civiltà “altre”, offerte implicitamente come esempio, che sono rappresentate dai tessuti di provenienza esotica. Si inserisce pienamente in questo filone la nuova serie di cuscini, realizzati con fantasiose stoffe di provenienza orientale e rifiniti con decorazioni e interventi artistici, che in questo allestimento, curato da Maria Giovanna Sessa, sono sospesi in colorati grappoli oscillanti sui sofisticati divani dello show room. Alcuni di essi, impreziositi da accurati ricami, sono opera di Carla Oliva, artista dell’ago e membro del laboratorio di cucito creativo “Agoscrittura”, presso il quale Virginia Franceschi riunisce donne accomunate dalla passione per questa disciplina, la cui pratica riesce a sortire anche effetti benefici e perfino terapeutici.
La mostra sarà aperta al pubblico fino al 26 aprile 2014, tutti i giorni dalle 9.00 alle 20.00.
giovedì 10 aprile 2014
Apologia della superficie
Di
Aristide Fiore
[Pubblicato
su Le
cronache del salernitano,
3 aprile 2014, p. 17.]
«Essere
apparentemente lieti mentre l’animo brucia ferocemente e
affidare a forme profughe il verbo futuro di ogni racconto
possibile». Così FrancescoTadini, curatore, insieme a Melina
Scalise e Antonello Tolve, di “Apologia
della superficie”, la
personale di Ernesto
Terlizzi allestita a Milano, presso lo Spazio Tadini,
definisce il carattere di questa mostra.
Aperta fino al 18
aprile 2014,
è composta da trenta opere,
tutte
realizzate su carta thailandese kozo martellata e risalenti al
2013, tranne "In
volo", che è del 2014: in quest'ultimo lavoro, composto da sei
fogli, come afferma lo stesso autore, «aleggia
il vento della Speranza per centinaia di profughi tesi a costruire un
Sogno. Un Sogno che spesso s'infrange, sommerso nel profondo silenzio
del mare».
Va notato, in proposito, che il riferimento all'elemento liquido, se
non proprio al mare, è frequente in questa selezione. Terlizzi ha
sempre dimostrato una grande sensibilità verso le tematiche relative
alle emergenze umanitarie, che si riflette spesso sia nelle sue opere
sia nella sua attività espositiva: già invitato presso la galleria
milanese nel 2011, ha aderito, due anni dopo, al progetto “Save
My Dream”, una
collettiva che Spazio Tadini ha dedicato agli immigrati periti nel
tentativo di raggiungere le coste italiane. Per espressa volontà di
Francesco
Tadini,
figlio del maestro Emilio,
scomparso
da dodici anni, nel luogo che fu il suo studio, ora trasformato in
centro d'arte e cultura, si
rinnova idealmente un legame improntato sulla stima reciproca.
Secondo
Melina
Scalise,
l'arte di Terlizzi oltrepassa l'ambito dell'astrattismo, nel quale, a
prima vista, si sarebbe tentati di collocarla. Le immagini
rappresentate su queste carte superano la bidimensionalità,
proponendosi come veri e propri oggetti, che si offrono sia alla
vista, mediante l'accurata scansione di piani, luci e ombre ai quali
è spesso impresso un dinamismo di impronta futurista, sia al tatto,
attraverso la ruvidezza della carta fatta a mano. È dunque proprio
al supporto delle immagini, in questi fogli, che viene affidato il
compito di conservare quel rapporto «tra
la fisicità irriducibile della materia e la misura costruttiva del
disegno», individuato da Stefania Zuliani, il quale altrove si
basava fondamentalmente sull'abbinamento fra segno grafico e inserti
polimaterici. Come nota Antonello
Tolve,
in uno dei testi che accompagnano il catalogo, Terlizzi, il cui
approccio si basa sull'eclettismo stilistico e grammaticale, ha
elaborato un vero e proprio liguaggio, costruito attraverso un
processo di decostruzione
dell'immagine dal quale sono strati ottenuti elementi naturali
trasfigurati, che assumono il ruolo di
«unità elementari prive di significato … il cui valore è dato
per differenze posizionali e opposizionali all’interno di un
contesto sistemico»
(secondo la definizione di Filiberto Menna). Ne risulta – sostiene
ancora Tolve – la rappresentazione di «una
natura artificializzata con lo scopo di creare un reale immaginario»,
più evocata, servendosi di pochi elementi, che descritta.
La
mostra è visitabile dal martedì al sabato, dalle 15,30 alle 19,00 o
per appuntamento.
giovedì 20 marzo 2014
Mario Carotenuto: la sorpresa dell'inedito
Di Aristide Fiore
| Mario Carotenuto e Lelio Schiavone (foto: A. Fiore). |
[Pubblicato su Le
Cronache del salernitano, 20 marzo 2014, p.13]
Ci si sorprende sempre,
nello scoprire aspetti inediti dell'opera di un artista, la cui vasta
produzione, ricca di successi espositivi, potrebbe indurre anche gli
estimatori meglio informati a ritenere di conoscerne ogni risvolto.
Gli esiti della ricerca che giungono alla notorietà vengono tuttavia
individuati operando scelte ben ponderate, dettate spesso da giudizi
di merito, focalizzati sul tema che si intende privilegiare,
piuttosto che sul piano della qualità. Accade quindi inevitabilmente
che alcune varianti, perfino ricorrenti, di un percorso creativo
vengano temporaneamente tralasciate, come nel caso dei “Fiori” di
Mario Carotenuto, un soggetto assai caro al pittore, al quale è
stata finalmente dedicata la personale allestita a Salerno, presso Il Catalogo di Lelio Schiavone e Antonio Adiletta.
L'esposizione, che
abbraccia l'intero arco della carriera, permette di ripercorrerne
tutte le tappe salienti, rese facilmente individuabili proprio
attraverso la declinazione di uno stesso tema: quei fiori, in genere
selvatici, i quali, alternandosi talora nel ruolo di protagonisti
assoluti, talaltra in quello di comprimari o di semplici comparse,
popolano il fervido immaginario dell'artista. Su quei petali dai
colori ora vivaci ora delicati, si riconoscono le tracce dell'ampia
parabola di Carotenuto, che gli ha permesso di attraversare diverse
epoche e confrontarsi col conseguente avvicendamento di gusti,
sentimenti, mode. Conservando la schiettezza degli esordi e portando
con sé i semi di una tradizione che, come sottolineato in un testo
critico di Marco Amendolara, comprende indistintamente le avanguardie
del Novecento e la grande pittura dei secoli precedenti, egli ha
sempre saputo coniugare rigore e poesia, recuperando e rivitalizzando
gli aspetti ritenuti più significativi, come si vede in questa
mostra, tramite la quale si può apprezzare una vasta gamma di
tecniche, dalla secca pennellata alla Van Gogh al grafismo sottile e
preciso, dal rigore descrittivo alla rappresentazione onirica di
stampo surrealista. Il tutto reso accortamente funzionale ai temi legati indissolubilmente alla poetica carotenutiana, come i paesaggi, le nature morte, gli arredi e i paramenti sacri e le immancabili farfalle: i celebri “fiori volanti”, che ne costituiscono forse il tratto più riconoscibile. In definitiva, non resta che tributare la giusta lode a un'iniziativa che, perpetrando una fruttuosa collaborazione iniziata nel 1969, ha consentito ai più di scoprire un altro tassello fondamentale per la ricostruzione di una vita dedicata all'arte, con la speranza che ve ne siano ancora molti altri. Il tutto reso accortamente funzionale ai
temi legati indissolubilmente alla poetica carotenutiana, come i paesaggi, le nature morte, gli arredi e i paramenti sacri e le immancabili farfalle: i celebri “fiori volanti”, che ne costituiscono forse il tratto più riconoscibile. In definitiva, non resta che tributare la giusta lode a un'iniziativa che, perpetrando una fruttuosa collaborazione iniziata nel 1969, ha consentito ai più di scoprire un altro tassello fondamentale per la ricostruzione di una vita dedicata all'arte, con la speranza che ve ne siano ancora molti altri.
temi legati indissolubilmente alla poetica carotenutiana, come i paesaggi, le nature morte, gli arredi e i paramenti sacri e le immancabili farfalle: i celebri “fiori volanti”, che ne costituiscono forse il tratto più riconoscibile. In definitiva, non resta che tributare la giusta lode a un'iniziativa che, perpetrando una fruttuosa collaborazione iniziata nel 1969, ha consentito ai più di scoprire un altro tassello fondamentale per la ricostruzione di una vita dedicata all'arte, con la speranza che ve ne siano ancora molti altri.
mercoledì 5 febbraio 2014
Omaggio al massiccio degli Alburni
Di Aristide Fiore
Questa sera a Calvanico, presso la Residenza rurale “L’Incartata”, alle ore 16:00, si terrà un incontro dedicato ai Monti Alburni, che comprenderà una lezione dello storico Antonio Capano e la presentazione del “Calendario di Postiglione 2014”. Seguirà una cena con pietanze tipiche degli Alburni.
I Monti Alburni, il cui nome si riferisce al colore chiaro delle rocce, costituiscono un importante massiccio calcareo situato fra le valli del Sele, del Tanagro e del Calore, delimitato a est dal Vallo di Diano. Compreso nel Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, questo gruppo montuoso, le cui vette principali superano i 1700 metri, è conosciuto come “le Dolomiti del sud” per l'imponenza delle creste rocciose che coronano un vasto altopiano interessato da intensi fenomeni carsici. Vi si trovano infatti oltre 200 grotte a prevalente sviluppo verticale, fra le quali si annoverano le Grotte di Castelcivita e le Grotte di Pertosa, annoverate tra le principali attrazioni turistiche della zona, insieme all'Oasi di protezione WWF di Serre-Persano.
Il nuovo calendario edito dall’“Arci Postiglione”, il quindicesimo della serie, contiene immagini fotografiche del recente passato di questo comune di origine medievale, situato sul versante occidentale degli Alburni. Le immagini selezionate riguardano, fra l'altro, l’Hotel Norge, costruito nel 1926 da Americo Montera, le rappresentative calcistiche Postiglionese e Volcei (Buccino), immortalate in occasione di un incontro di calcio che si svolse a Buccino nel luglio del 1962, la fontana “Acqua del cerro”, costruita nel 1855, e alcune festività religiose, tra cui la Festa della Madonna del Carmine e la Festa di S. Elia. Alla presentazione dell'opera interverrà il prof. Rino Mele, dell’Università di Salerno, autore del testo introduttivo intitolato “La montagna nuda”, del quale proponiamo un estratto.
«Questo calendario di Postiglione 2014, come gli altri che l’hanno preceduto, ha il volto girato a ricordare schegge di vita su quegli Alburni, ferite rimarginate e risa. Ancora una volta, attraverso antiche fotografie riscrive le pietre del paese, le strade incurvate nei canali, le pareti che sembrano sipari di un teatro consumato, la foto di gruppo degli scolari, il gioco delle mietitrici che fingono un’allegria come dovesse durare oltre la posa. E la gioia collettiva per la festa di Sant’Elia con l’immancabile suonatore di fisarmonica e, al centro, il postino del paese che – quasi mimasse il sogno di un volo dopo la caduta – sembra chiedere di svelare lo scuro enigma dell’esistenza sciogliendolo da una salvifica risata.
La fotografia che più seduce è del 1926 (da poco uccisi Matteotti e Giovanni Amendola, l’Italia si avviava a una completa fascistizzazione, in superficie, come si fosse addormentata nello specchio), l’immagine rappresenta la salita al castello, una strada pietrosa e impervia, a gradoni sghembi, scoscesi, ingombra di spuntoni rocciosi.
| Residenza rurale "L'Incartata", Calvanico (SA) |
Partecipano, tutti e cinque, dell’anima più antica del paese, dove non c’è simulazione urbana di spazi in cui fermarsi, piazze, braide, ma solo ciò che resta del rapporto diretto, feudale, tra la montagna e le case. Le pietre del muratore hanno chiesto ospitalità alla roccia, da essa sono state accolte, con essa ancora si confondono vanamente opponendosi, come l’ancora che la radice del mare trattiene dopo un naufragio».
martedì 4 febbraio 2014
Gli approdi ceramici di Clara Garesio
Di
Aristide Fiore
L'armonia
fra idea e emozione costituisce il tratto comune delle opere
ceramiche di Clara Garesio esposte a Salerno, presso lo showroom
Linee Contemporanee, nella personale intitolata "Approdi
desiderati", allestita in collaborazione con la Fornace Falcone.
Il titolo sembra riassumere il connotato principale della produzione
dell'artista torinese trapiantata a Napoli, che consiste in una
corrispondenza fra idee e opere, che deriva dalla perfetta padronanza
di tecniche e materiali, ma allude certamente anche alla felice
ripresa, al volgere del secolo, di un percorso artistico iniziato
negli anni Cinquanta, quando vinse il primo premio al XIV
Concorso Nazionale della Ceramica di Faenza, che si interruppe
all'inizio del decennio successivo, in seguito al matrimonio con lo
scultore napoletano Giuseppe Pirozzi, con il quale l'artista ha
spesso collaborato. Gli anni del “silenzio”, nei quali il
“pianeta Garesio” sembrò attraversare un cono d'ombra, furono in
realtà un periodo fecondo. Dedicatasi alla famiglia e
all'insegnamento, non trascurò infatti di coltivare quotidianamente
il proprio talento, impegnandosi parallelamente in una ricerca
continua, tuttora in corso, resa possibile dalla produzione di
numerosissimi studi su carta e da un piccolo forno per la ceramica
collocato in cucina, come nelle tradizionali case-laboratorio degli
artigiani vietresi. Non a caso Enzo Biffi Gentili, direttore del
Museo Internazionale delle Arti Applicate di Torino, ha riconosciuto in
lei la figura dell'“artiere”, ovvero dell'artigiano-artista. Nel
2006, dopo aver risposto entusiasticamente all'impulso irrefrenabile
di dare libero corso alla sua vulcanica creatività, l'artista è
stata insignita del Premio alla Carriera del Museo Artistico Industriale “Manuel Cargaleiro” di Vietri sul Mare.
Come
sottolinea Erminia Pellecchia nella presentazione della mostra, «dare
una definizione al “fare” della Garesio è per fortuna
impossibile, giacché si muove al di là di stereotipi o mode. Si
abbandona a un impulso, spinta dal bisogno di comunicare il proprio
sentire, ora e subito». Formatasi nel corso di un Novecento ormai
maturo, resa partecipe delle scoperte dei principali movimenti, a
cominciare dalle avanguardie, Garesio sviluppò inizialmente uno
stile di impronta modernista, nel quale si individuano molti
riferimenti al Mirò e al Picasso ceramisti, dei quali riprese anche
le suggestioni etniche, arcaiche o zoomorfe del vasellame, elaborando
tuttavia anche motivi nati da ricerche autonome, spesso legati alla
natura.
È
il respiro di tutto un secolo, che si protende dunque su quello
successivo, attraverso le realizzazioni più recenti, frutto di una
tecnica complessa, che abbina la singolarità delle forme alla resa
dei pigmenti. L'accostamento degli smalti, distribuiti in una
successione di fasi, conferisce a vasi e terraglie ricavati al tornio
o a mano, con la tecnica del colombino, un rilievo che trasporta la
pittura vascolare oltre il piano della decorazione, facendone un
tutt'uno con la materia scultorea: è proprio sotto questo aspetto,
che si individua l'apporto personale dell'artista, il quale peraltro
si riverbera anche in ambiti diversi.
Lo
stesso tipo di approccio le ha permesso infatti di esprimersi
efficacemente anche in altri settori, attraverso la realizzazione di
monili, tessuti e complementi d'arredo. Affermatasi
come disegnatrice, pittrice, decoratrice e scultrice, che predilige
senza dubbio la ceramica, Clara Garesio può quindi definirsi a buon
titolo un'artista eclettica, sebbene lo sconfinamento verso l'uso di
materiali insoliti, quali stoffa, gesso, tela, legno, metallo, vetro
eccetera, fino all'utilizzo di
materiali di riciclo, non
scaturisca mai da scelte casuali o dalla semplice ricerca di novità
fine a se stessa, ma sia dettato piuttosto da un'attenta meditazione,
volta a individuare il supporto e la tecnica più adatti a ottenere
il risultato atteso.
Quest'ultima personale, che costituisce una valida sintesi dei risultati più recenti, comprende vasi dalle forme slanciate, in molti casi plasmati secondo geometrie complesse, piatti, sfere traslucide, pannelli e piastrelle i cui rilievi assumono spesso configurazioni dinamiche, tegole variopinte dai colori accesi e un affascinante esemplare appartenente alla serie delle “Scatole delle meraviglie”: dei contenitori di ceramica, plasmati come vasi, pentole, scatole o astucci, dai quali traboccano, come da una sorta di “cornucopie postmoderne”, le riproduzioni in porcellana di oggetti, giocattoli, utensili tradizionali, associati liberamente secondo criteri puramente estetici. La mostra sarà visitabile fino al 15 febbraio, tutti i giorni tranne lunedì mattina e domenica, dalle 9,00 alle 13,30 e dalle 16,00 alle 20,30 .
giovedì 2 gennaio 2014
A Salerno grande successo per il XXIII Corso di introduzione alla speleologia
Di
Aristide Fiore
Discesa di un pozzo nella Grotta
dei Vitelli, sui Monti Alburni.(Foto: A. Fiore) |
[Pubblicato
su Le
Cronache del salernitano,
29 dicembre 2013, p. 8.]
Con
la consegna degli attestati di partecipazione presso la sede del Club Alpino Italiano – Sezione di Salerno si è concluso il XXIII Corso
di introduzione alla speleologia, diretto dall'Istruttore di
Speleologia (IS) Mario Petrosino, in collaborazione con la Scuola Nazionale di Speleologia - CAI.
Le
lezioni pratiche, che si sono svolte in varie località dei Monti
Picentini e dei Monti Alburni, sono state dedicate all'apprendimento
delle tecniche di progressione in grotta, con particolare riferimento
alla progressione su sola corda, in quanto le cavità naturali
comprendono spesso ambienti che si sviluppano in verticale i quali
generalmente non possono essere percorsi in arrampicata. Le lezioni
teoriche, svoltesi come di consueto nella sede sezionale, hanno
riguardato tutti gli aspetti fondamentali della speleologia, una
disciplina che, per propria natura, costituisce un crocevia di
saperi, tutti incentrati sulla conoscenza dei fenomeni carsici e
sulle loro molteplici interazioni con l'ambiente di superficie e
l'attività antropica. Nell'illustrarli, si è fatto ampio ricorso a
esempi tratti dall'ambito regionale o locale, sia per conferire
maggiore familiarità agli argomenti trattati sia per favorire la
conoscenza del nostro territorio. Ai partecipanti è stata anche
offerta l'opportunità di apprendere alcune nozioni di base sul primo
intervento in caso di incidente e sulle modalità di attivazione del
Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico.
Gli
organizzatori sono certi di aver accresciuto nei partecipanti, quali
che siano le loro intenzioni relativamente all'opportunità di
prolungare loro esperienza in questo campo, la consapevolezza della
bellezza e della fragilità dell'ambiente carsico. Agli eventuali
nuovi esploratori augurano invece di poter contribuire alle nuove
scoperte, che certamente attendono chi si accinge a scrutare il mondo
sotterraneo, del quale ancora oggi è nota solo una minima parte; o
almeno di potersi unire a coloro che ne diffondono la conoscenza, se
è vero che uno speleologo può dirsi tale solo in quanto condivide
ciò che ha visto.
L'esito
del corso è risultato positivo per sei allievi, su un totale di otto
iscritti: Giuseppe Carrus, Raffaele Di Domenico, Iolanda Grimaldi,
Annagrazia Mancini, Carmine Nobile e Claudia Zambrano. Come sempre i
neo-speleologi sono stati festeggiati da tutti i soci della Sezione.
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